Il Gesù di Zolli è storico e profetico

Oltre settant’anni dopo anche questo volu­me del noto rabbino approdato al cristiane­simo nel 1945, ritorna in libreria con lo stes­so titolo edito dalla San Paolo, e per ragioni editoriali sotto il nome di Eugenio Zolli (che però è quello assunto con il battesimo). E­sce, inoltre, corredato da una postfazione del curatore Alberto Latorre cui si devono anche altri apparati (indice dei testi trattati e citati, delle persone, dei temi, dei luoghi, dei termini, degli autori, un glossario), tutti strumenti utili per aprire queste pagine nel modo più corretto. Considerandole il tessu- to di un’opera storico- reli­giosa e non confessionale. Dunque un volume redatto collazionando anche testi u­sciti su riviste, ma comun­que omogenei per carattere scientifico, partecipe dei ri­sultati della critica testuale, della ricerca filologica ed e­segetica, con i quali si mi­suravano da tempo sia gli e­sponenti del modernismo cattolico, sia, fatte le dovu­te distinzioni, quelli della Wissenschaft des Juden­tums, la scienza del giudai­smo, nel loro fronteggiare le sfide dei tempi nuovi. Un la­voro che, frutto degli studi del precedente decennio, analizza il Gesù della storia a par­tire dai loghia conservatisi nei Vangeli (spe­cie di Matteo), accompagnando il lettore nel­la Palestina del I secolo, facendogli ascolta­re le parole di Gesù, spiegandone il pensie­ro all’interno della tradizione ebraica e del­la lingua aramaica. Insomma, una guida al­la ricerca delle tracce lasciate nella storia, non nelle strutture o sovrastrutture teologi­co- dottrinali, nella convinzione che «rico­struire il mondo entro il quale Gesù visse e­ra imprescindibile per risalire alle sue paro­le originarie. Per farlo Zolli opta per una compenetrazione – sotto il profilo metodo­logico – dei principi della scuola storico-re­ligiosa ( religionsgeschichtliche Schule), con i criteri della storia delle forme ( formgeschi­chtliche Methode). Come ricorda Latorre, se­condo i primi «per cogliere il senso dell’opera di Gesù era necessario approfondire il mon­do storico e religioso in cui aveva vissuto», e secondo gli altri «era necessario risalire alle sue parole originarie tralasciando la corni­ce storica»: «ma mentre nella dialettica del­la ricerca i due metodi si contrapponevano delegittimandosi vicendevolmente, in Zolli il primo è il presupposto per il secondo».
  Con
Il Nazareno, Zolli non solo ruppe il si­lenzio dei suoi correligionari italiani su Ge­sù immettendo nel Paese nell’anno della promulgazione delle leggi razziali l’aria nuo­va da tempo circolante in Europa (si pensi a studiosi quali Isaac Marcus Jost, Abraham Geiger, Heinrich Graetz, Samuel Hirsch, Leo Baeck, Samuel Krauss, allo Joseph Klausner di Gesù il Nazareno, il suo tempo, la sua vi­ta e il suo insegnamento uscito nel ’22), ma si rivelò un antesignano dell’esegesi con­temporanea, anticipando orientamenti di ricerca sulla figura storica di Gesù sviluppa­tisi in seguito a partire dal metodo denomi­nato ‘storia della redazione’ Restano, in primo piano, sia il pensiero del­l’autore sulle orme del Servo di Jahvè, del messia preannunciato dal profeta Isaia, sia la simpatia di questo intellettuale in bilico tra fedi e culture verso quel Gesù di cui avverte un fascino singolare. Ed è significativo sia il fatto che Zolli, già nel ’28 criticasse la con­cezione esclusivamente religiosa dell’ebrai­smo («un’idea…balorda»); sia che già nel ’31, una nota non firmata dell’Unione delle Co­munità Ebraiche Italiane riferisse certe sue lamentele (ma perché lo si accusava di aver ‘glorificato Gesù’). Ma, non trattandosi di un’opera confessionale, resta difficile pesa­re quanto Il Nazareno segni una tappa fon­damentale verso la sua scelta di fede. In o­gni caso, otto anni dopo, nel ’46, il rabbino ‘convertito’, sarebbe ritornato sul tema con Christus edito dall’Ave. E questa forse non è del tutto un’altra storia. Perché in queste pa­gine, oltre a tracciare il proprio cammino spirituale, riprese riesaminandoli alla luce dei nuovi traguardi esegetici alcuni temi già affrontati ne Il Nazareno recuperandone i tre capitoli ‘Il Nazareno’, ‘Exousía’,'Sui se­mitismi neotestamentari’. Come scrisse l’autore nella prefazione, pur rielaborate e aggiornate «le idee fondamentali rimasero invariate».

EUGENIO ZOLLI, IL RABBINO CHE SI ARRESE A CRISTO

Anno 1945: lsrael Zolli, la più alta autorità ebraica di Roma si fa battezzare e diventa cattolico. Grande studioso dell’Antico Testamento, scopre che Gesù è il Messia.  La vicenda narrata in un libro di un’altra ebrea convertita.

Di lui si è parlato per oltre mezzo secolo. L’evocare il suo nome significa ancora oggi creare imbarazzo, sdegno, scandalo. La sua autobiografia, Before the Dawn (“Prima dell’alba”) splendido racconto di una conversione, non è mai stata pubblicata in Italia, nonostante che il protagonista abbia vissuto nel nostro Paese la maggior parte della sua vita. Israel Zoller, italianizzato Italo Zolli, il rabbino capo di Roma che nel 1944 decise di chiedere alla Chiesa cattolica il battesimo – prendendo il nome di Eugenio in onore di Pio XII – perché era “arrivato” all’incontro decisivo con il Messia delle Sacre Scritture, è un personaggio cancellato dalla memoria della comunità ebraica e dimenticato dai cristiani. Eppure, proprio nella storia di un grande studioso che disse di non aver rinnegato nulla del suo passato d’israelita ma soltanto di aver portato a compimento un percorso che dall’Antico Testamento porta a Cristo, è possibile ritrovare un originale spunto per una maggiore reciproca conoscenza tra cattolici ed ebrei. E’ stata un’altra ebrea convertita, Judith Cabaud, a pubblicare la prima biografia di Zolli, appena tradotta in italiano dalla San Paolo (Il rabbino che si arrese a Cristo).  

Zolli era nato a Brodj, in Galizia nel settembre 1881, da una famiglia rabbinica benestante che perse poco dopo le sue ricchezze, confiscate dalla Russia zarista. Fin da piccolo, Israel rimane colpito dalla figura di Gesù. Lo aveva visto la prima volta appeso a un muro, nella casa di un compagno di scuola e aveva chiesto: “Chi è quell’uomo crocifisso come un criminale?”.  

Trasferitosi in Italia ai primi del Novecento, ottiene la laurea in Filosofia e diventa vice-rabbino e quindi rabbino capo di Trieste. Nel 1938 pubblica un libro intitolato Il Nazareno, dedicato alla figura di Gesù.  

Nel volume, frutto di studi approfonditi, Israel non nasconde la sua crescente ammirazione per Cristo e arriva a scrivere che il Nazareno è colui che era stato annunciato da Isaia. Il rabbino si è dunque già convinto che il cristianesimo sia la continuazione e il compimento dell’ebraismo. in Europa, in quel periodo, il libro di Zolli passa inosservato: sono ben altre le preoccupazioni della comunità ebraica alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, quando gli israeliti sono già da tempo vittime della barbara persecuzione nazista. Israel non intende compiere il passo definitivo in un momento così grave, non vuole che si possa neanche lontanamente pensare che l’abbandono della religione dei suoi padri fosse una scappatoia per aver salva la vita.  

Nel 1940 gli viene offerto l’incarico di rabbino capo di Roma, cioè della più importante ed antica comunità ebraica della diaspora. La scelta cade su di lui non soltanto perché è uno studioso di grande valore, ma anche perché, dal punto di vista politico, è assolutamente al di sopra delle parti. Da anni, lui che conosceva il tedesco e che aveva letto le farneticanti opere hitleriane in lingua originale, andava gridando la sua preoccupazione per la sorte degli ebrei. Molti dei capi della comunità romana, invece, sono collaboratori leali del governo fascista, e si credono fuori pericolo. Dopo l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, l’8 settembre 1943, a nulla servono gli avvertimenti di Zolli, che invita i suoi correligionari a darsi alla macchia, e vorrebbe chiudere la Sinagoga, far sparire gli elenchi con i nomi degli israeliti. Il presidente della comunità, Ugo Foà, non gli dà ascolto, ma anzi lo accusano di essere un codardo. Quando la Gestapo mette una forte taglia sulla sua testa – il rabbino era il primo ad essere catturato e ucciso quando i nazisti mettevano le mani su una città – Zolli si rifugia in casa di amici cristiani, ma lascia il recapito di un intermediario e dunque può essere rintracciato in ogni momento dai membri della comunità. Quando il colonnello Herbert Kappler chiede agli ebrei un riscatto di cinquanta chilo d’oro per risparmiare loro la deportazione, Israel Zolli va personalmente in Vaticano a chiedere aiuto. Il Papa Pio XII dispone che l’oro mancante venga messo a disposizione, ma non servirà, dato che i romani hanno risposto generosamente all’appello e la comunità ebraica è riuscita da sola a mettere insieme il prezioso metallo. Il riscatto non servirà purtroppo ad evitare il terribile rastrellamento del Ghetto di Roma, che avviene il 16 ottobre. I capi della comunità che deridevano Zolli sono costretti a fuggire, oltre duemila saranno deportati, quasi tutti non faranno mai ritorno dai lager nazisti.  

Alla fine della guerra, gli Alleati richiamano Zolli come rabbino capo: non è mai stato un collaborazionista, ma si rifiuta di accusare i suoi correligionari di fronte alle autorità americane. Nel settembre 1944, durante la festa dello Yom Kippur nella Sinagoga di Roma, il rabbino ha una visione. Gesù gli appare e gli dice che quella sarebbe stata l’ultima volta che celebrava in quel luogo. Il 13 febbraio 1945, in gran segreto, riceve il battesimo, seguito nei mesi successivi dalla moglie e dalla figlia. Sceglie il nome di Eugenio, perché, spiega “L’ebraismo mondiale ha un debito di grande gratitudine verso Pio XII”. Gli ebrei fanno di tutto per dissuaderlo: gli vengono offerte dagli Usa cifre esorbitanti di denaro.  

Sarà da allora dipinto come un “serpente”, un “traditore”. Per anni lui e la sua famiglia, che vivrà in assoluta povertà, sarà oggetto di ingiurie, al punto da vedersi costretto a rifugiarsi nell’università dei Gesuiti. Eugenio Zolli, l’”arrivato”, morirà nel marzo 1956.    

Andrea Tornelli – Il Timone (maggio/giugno 2002)

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