Dio e lo scienziato. Quando gli scienziati vogliono occuparsi di fede

D´altra parte, un´affermazione tanto brusca da parte del più famoso fisico del mondo – a torto o a ragione – non poteva passare inosservata. Riattizzando eterne polemiche che covavano appena sotto le ceneri, e che, in un modo o nell´altro, hanno attraversato la storia della cultura moderna. Èun attimo tornare ai processi a Giordano Bruno e Galileo Galilei, come pure osservare l´ironico destino toccato ad alcuni degli scienziati più rivoluzionari della storia e al tempo stesso ferventi devoti. Niccolò Copernico era un mite presbitero della cattedrale di Frombork, in Polonia. Eppure toccò a lui, nel 1543, con il De revolutionibus orbium coelestium, togliere la Terra dal centro dell´universo, dove la collocavano le Scritture. E toccò a Charles Darwin – che pure era stato avviato dal padre a una carriera ecclesiastica e a bordo del Beagle ancora citava la Bibbia come una verità letterale – togliere l´uomo dal centro del Creato. Peggio ancora, i primi a dare fondamento alla teoria di Darwin furono gli esperimenti sui caratteri ereditari di Gregor Mendel, frate agostiniano al monastero di Brno.
A eccezione di Darwin, tuttavia, nessuno di questi colossi del pensiero scientifico sperimentò il tormento di non riuscire più a conciliare le proprie convinzioni religiose con il procedere delle scoperte. Né tantomeno Isaac Newton, il più celebre predecessore di Hawking alla cattedra lucasiana di Cambridge, trovò contraddizioni tra la sua fede e la scoperta di leggi che non si conciliavano con la lettera delle Scritture. Anzi, considerando Dio come un demiurgo, un creatore immobile e trascendente che aveva messo in moto l´universo, è stato indicato come un precursore del deismo settecentesco.
Più complesso è stato il rapporto con la divinità del massimo pensatore del Novecento, Albert Einstein. «Io credo nel Dio di Spinoza – disse – che si rivela nella ordinaria armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa del fato e delle azioni degli esseri umani». Ma al tempo stesso conservava una visione trascendente di Dio, e aveva in cordiale antipatia gli “atei fanatici” che, diceva, «non possono sentire la musica delle sfere».
Ai giorni nostri, il confronto tra religione e scienza sembrava essere confinato all´evoluzione, soprattutto negli Stati Uniti, dove i sostenitori del “disegno intelligente” tentano di controbattere al neodarwinismo cercando prove di finalismo nell´evoluzione delle specie. Una posizione che ha scatenato la controffensiva di molti biologi, soprattutto del più radicale evoluzionista ateo in circolazione, Richard Dawkins, autore tra l´altro del bestseller L´illusione di Dio. Non è un caso, dunque, che Dawkins sia stato tra i primi a esultare per la tesi sostenuta da Hawking.
A parte i fanatici del Museo della creazione di Petersburg, in Kentucky, che negano il big bang e l´evoluzione dell´universo, la fisica sembrava essere felicemente fuori da polemiche e scontri – forse perché il cammino della scienza in questo campo non intralciava più di tanto quello della fede, e viceversa – ma anche in questi anni Dio ricorreva periodicamente nell´immaginario dei fisici. Basta ricordare l´infelice nomignolo del bosone di Higgs, la particella di Dio, dall´omonimo volume di Leon Lederman. O lo splendido libro di Gian Carlo Ghirardi sulla meccanica quantistica intitolato Un´occhiata alle carte di Dio.
Eppure anche oggi c´è chi riesce a vivere serenamente una luminosa carriera nella scienza, accogliendone metodo e risultati dalla cosmologia all´evoluzione, e a conciliarla con una coscienza di credente. È il caso di Nicola Cabibbo, grande fisico romano scomparso un mese fa. E di George Coyne, gesuita e astronomo, direttore della Specola Vaticana per quasi trent´anni. Forse il segreto sta nell´accettare che la fede non diventi un pregiudizio sul cammino della conoscenza. E che la scienza non esca dall´alveo delle leggi di natura per discutere il soprannaturale. Hawking permettendo.

Repubblica 18.9.10
La grande e stupefacente diversità dei viventi è stata creata dalla vita stessa Non c´è alcun bisogno di ipotizzare l´intervento “esterno” di un creatore
Cari colleghi, è inutile cercare la prova dell´esistenza di Dio
di Francesco e Luca Cavalli Sforza

La ricerca contemporanea ha rovesciato questo punto di vista, mostrando come un organismo vivente sia al tempo stesso un orologio e un orologiaio. È una delle scoperte che più hanno rivoluzionato il modo di pensare negli ultimi centocinquant´anni. Si è capito che la grande diversità dei viventi è stata prodotta dalla vita stessa, attraverso meccanismi che ormai sono ben noti, grazie alla capacità di ogni organismo di autoriprodursi generando una copia pressoché perfetta di se stesso. Non vi è bisogno di ipotizzare un creatore esterno, per cui non troverete un libro di scienza che inizi dicendo: «In principio Dio creò il cielo e la terra», e nemmeno: «In principio Dio creò il Big Bang».
La scienza non è nuova a scoperte “controintuitive”, che smentiscono le impressioni più superficiali. Oggi quasi tutti sappiamo che un corpo più pesante non cade più veloce di uno più leggero, come insegnava Aristotele, né il Sole gira intorno alla Terra, benché sembri farlo ogni giorno. Toccò proprio a Darwin, grande ammiratore di Paley, accorgersi per primo che gli organismi evolvono per proprio conto, non per mano di un progettista nascosto dietro le quinte. Queste osservazioni inaugurarono un lungo e doloroso travaglio interiore, che lo portò negli anni ad abbandonare la fede, con grande turbamento della moglie che temeva che il marito pregiudicasse il suo futuro ultraterreno.
I fisici si erano accorti ben prima dei biologi che il funzionamento del mondo si può spiegare senza bisogno di ipotizzare l´esistenza di un Dio. Già oggi, del resto, forse nemmeno i teologi pensano che Dio abbia creato le singole specie viventi, casomai che abbia creato l´antenato a tutte comune. Se in questo secolo, come è assai probabile, si riuscirà a generare la vita in laboratorio da materia non vivente, l´”ipotesi di Dio” dovrà fare un nuovo passo indietro. Certo, chi vuole credere all´esistenza di un Creatore supremo potrà dire che Dio vuole restare dietro le quinte per non interferire con la libertà dell´uomo. «La natura ama nascondersi», diceva Eraclito: ecco un´affermazione che l´uomo di scienza e l´uomo di religione possono interpretare in modi diametralmente opposti.
Non ci risulta che l´esistenza o meno di Dio possa essere provata logicamente. Anche fra gli scienziati si trovano persone di fede religiosa. Per la nostra parte, il fatto che dalla materia possa essere nata la vita e che la vita abbia dato forma a se stessa in centinaia di milioni di forme diverse nel corso della sua lunghissima storia, è non solo ragione di meraviglia, di ammirazione e stupore, ma ci suscita una curiosità inesauribile e la grandissima soddisfazione di esserne parte. Se ragioniamo sulla nostra specie, troviamo entusiasmante il fatto che ogni comportamento, ogni etica, ogni filosofia e scienza, ogni politica, sia una semplice creazione umana, sempre più così nel corso dei circa 100.000 anni di evoluzione dell´uomo moderno. E che non vi sia un parametro divino su cui misurarsi, né alcuna verità assoluta, solo la certezza di nascita e morte. Questo investe di responsabilità ogni nostro gesto. Delle sue azioni l´uomo ha da rispondere solo a se stesso, agli altri uomini e alla natura. Dipende da noi esseri umani fare della vita un paradiso o un inferno, del pianeta un giardino o un deserto. La personale responsabilità di ciascuno davanti a tutto e a tutti è la radice di una moralità vera, che ci apre la possibilità di sviluppare i migliori potenziali umani. Di dare, per così dire, forme nuove a noi stessi. Sarebbe così se fossimo stati formati con un “progetto” che ci precede?
Che vi sia o non vi sia un Dio, l´umanità ha mostrato di averne bisogno, per lo più, almeno nel corso degli ultimi millenni. L´incertezza del futuro, la paura del dolore e della morte, condizioni miserabili di vita, il trionfo perenne della violenza e dell´ingiustizia: proiettiamo la speranza di un riscatto al di fuori di noi e al di là delle schifezze della vita, quindi al di là della vita stessa, se questa non ha altro da offrire. La fede religiosa si può così rivelare un vantaggio, dal punto di vista evolutivo, perché la speranza di una vita migliore nell´aldilà attenua il terrore della morte e dà forza per andare avanti a vivere, per dura che sia, e la speranza di un giudizio divino che si abbatterà sui colpevoli conforta chi non spera più nella giustizia umana.
Se non aiutassero a sopravvivere e riprodursi, del resto, le religioni sarebbero scomparse da un pezzo dalla faccia della Terra. Soddisfano il bisogno di un padre e di una madre, di una guida per vivere, di sperare che la sorte ci riservi qualcosa di meglio e di speciale. Fantasie, che per millenni sono state quasi una necessità ma di cui il mondo moderno tende a fare progressivamente a meno. La moralità laica, di chi sa di dover render conto solo a se stesso e agli altri, ci sembra di gran lunga preferibile e più avanzata della moralità di chi agisce in base a criteri fissati da enti esterni, o magari per timore di punizioni post mortem.
Se vogliamo, la vera prova dell´inesistenza di Dio non viene dalla logica, ma dalla storia: è negli orrori, negli eccidi, nelle iniquità senza fine di cui si sono rese responsabili le religioni, le confessioni, le chiese. L´idea di Dio è naufragata nella marea di infamie compiute in suo nome, spesso promosse dai suoi sommi sacerdoti. «Gli uni lo chiamano Ram; gli altri lo chiamano Rahim; poi si ammazzano l´uno con l´altro». Così diceva Kabir, mistico indiano vissuto nel Quattrocento, dei musulmani e degli indù suoi contemporanei. In lingue diverse, sia “ram” sia “rahim” significano “amore”.

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