17/01/2009
Il fenomeno Facebook
Fonte: http://www.laciviltacattolica.it/Quaderni/01_quad.html
Antonio Spadaro S.I.
Nel novembre del 2007 sulla nostra rivista citavamo Facebook all’interno di un articolo più ampio sulle piattaforme di aggregazione sociale presenti in internet (1). Già allora, quando superava i 50 milioni di utenti attivi nel mondo, lo indicavamo come un fenomeno destinato a espandersi, pure se nel nostro Paese non aveva attecchito molto: si contavano solamente 500.000 utenti italiani, anche perché allora era fruibile solamente in inglese. Cinque mesi dopo è arrivata la localizzazione italiana (e in altre 20 lingue) e in tal modo si è assistito a una crescita rapida degli utenti. Attualmente è possibile usare Facebook in 35 lingue. All’inizio del 2009 nel mondo ha superato i 140 milioni di iscritti, dei quali oltre il 70% fuori degli Stati Uniti, e in Italia si è passati in pochi mesi da 500.000 a 5.300.000. Il nostro è uno dei Paesi con il tasso di crescita più elevato, tanto da superare altre nazioni europee come Spagna, Germania e Francia. Facebook ha ormai ampiamente attirato l’interesse di sociologi, psicologi, e dei media in generale rivelandosi come il fenomeno del momento. Ma che cos’è Facebook e perché esercita tanto fascino?
Lo sviluppo e la diffusione
Facebook nasce nel febbraio 2004 quando Mark Zuckerberg, allora diciannovenne studente di psicologia ad Harvard, lancia insieme a un piccolo gruppo di amici (Chris Hughes, Dustin Moskovitz e Eduardo Saverin) (2) un progetto per mettere on line i profili degli iscritti ad Harvard, in gergo appunto facebook. Pare che nel giro di un mese più di metà degli iscritti ai corsi di laurea dell’Università si fossero registrati al sito. Da qui, visto il successo, l’estensione ad altre istituzioni accademiche. Nel giro di appena quattro mesi la neonata piattaforma si diffonde nelle migliori università del Paese. Cominciano così a fioccare i finanziamenti, e quindi l’estensione progressiva della rete, prima al mondo scolastico e non solamente accademico, e poi dal maggio 2006 alle organizzazioni aziendali. Dal settembre 2006 la rete si apre a tutti coloro che hanno compiuto 18 anni o che ne abbiano compiuti almeno 13 ma dichiarino di essere iscritti a una scuola superiore. L’idea di base dunque è molto semplice: collegare studenti, rispondere a una voglia diffusa di socializzazione e di nuove conoscenze all’interno di un ambito giovanile e di studio. Attualmente l’uso di Facebook si sta sviluppando maggiormente tra persone intorno ai 25 anni o di età superiore, e dunque persone che non sono più studenti.
Quando già più di un anno fa parlavamo di questo fenomeno dicevamo che esso rientrava in quello più ampio dei cosiddetti social network, cioè delle opportunità di aggregazione sociale che si espandono grazie a internet. Se l’uso più comune della Rete fino a qualche tempo fa era legato alla consultazione di siti per ottenere informazioni, adesso l’approccio comune è radicalmente cambiato. Internet non è più un agglomerato di siti web isolati e indipendenti tra loro, seppure collegati e messi in rete, ma è da considerare, almeno a livello potenziale, come l’insieme delle capacità tecnologiche raggiunte nell’ambito della diffusione e della condivisione dell’informazione e del sapere. Il web oggi è dunque sempre più un luogo di partecipazione e di condivisione. Un social network è costituito da un gruppo di persone legate, in genere, da interessi comuni, aperte a condividere pensieri, conoscenze, ma anche pezzi della loro vita: dai link ai siti che ritengono interessanti fino alle proprie foto o ai propri video personali. Insomma i social network sono composti da persone comuni, non da tecnici o esperti, che distribuiscono contenuti relativi ai propri interessi o alla propria esistenza. La loro caratteristica è quella di essere aperti a tutti sia nella fruizione sia nella costruzione.
Il fenomeno più recente in questo campo è invece la crescita di spazi chiusi, legati a piccoli gruppi di persone che hanno qualcosa in comune o comunque selezionati in base a qualche criterio. Partecipare se stessi a tutta la Rete può essere avvertito come spersonalizzante, e così si cercano spazi più riservati e controllati, community che diano maggiormente il senso di una partecipazione relativamente ristretta. Facebook si inserisce esattamente in questa evoluzione della Rete, permettendo l’aggregazione di persone legate realmente o potenzialmente da qualcosa di specifico (amicizia, interessi…) in maniera da poter anche scegliere chi accettare all’interno del proprio gruppo di «amici» con i quali restare collegati.
Fra tutte le piattaforme di social network, Facebook si distingue per capacità di sviluppo: ha più valore e successo perché alto è il potenziale numero di nuovi «amici», che si possono incontrare e di quelli che già si conoscono ma dei quali nel tempo si sono perse le tracce (compagni di classe, amici d’infanzia, persone conosciute durante viaggi, conoscenze all’estero…). La capacità di collegare le persone è dunque il punto di forza di Facebook. Non è un caso che Chris Hughes, co-fondatore di Facebook, studente di storia e letteratura e compagno di camera di Mark Zuckerberg ad Harvard, a 25 anni sia diventato il coordinatore della massiccia e fortunata campagna elettorale in Rete del nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Dove sta l’idea vincente che Hughes ha portato nella campagna elettorale elettronica che ha avuto tanto successo? Hughes ha compreso che fino a quel momento i mezzi di comunicazione erano funzionali a tenere un filo aperto tra i candidati e i loro sostenitori. I sistemi di social network — e Obama è stato presente in 15 di essi — invece hanno permesso ai sostenitori di comunicare tra di loro, generando un vero e proprio movimento dal basso.
Che cos’è Facebook
Iscriversi a Facebook è molto semplice: basta inserire il proprio indirizzo e-mail e scegliere una password. Quindi, entrati nel sistema, è possibile iniziare a cercare i propri amici. In questo network ci si presenta per chi si è veramente, col proprio nome e cognome, e con il proprio volto reale. Facebook non è il luogo dell’anonimato o dell’identità falsata, ma quello della condivisione di ciò che si è e si fa realmente. Non manca l’ironia, ovviamente, nel modo di presentarsi, ma anche questa fa parte, in fin dei conti, della propria «realtà». In genere, basta cercare i propri amici col loro nome e cognome per trovarli, se essi sono già iscritti a Facebook, ovviamente. Man mano che si trovano amici è possibile chiedere di diventare loro «amico» nel sistema. Se l’altro conferma, è possibile accedere al suo profilo e vedere chi sono i suoi amici e così magari, sfogliando l’elenco, è possibile anche trovare ancora altri amici e così via. Accettare un amico su Facebook significa accettare di condividere l’elenco dei propri amici e dunque rendere possibile una sorta di scambio e di conoscenza reciproca, di vita e di relazioni.
Ma che cosa si condivide con gli «amici»? Ciò che si pubblica nel proprio «profilo». Il profilo si compone di molti elementi grazie a una serie di applicazioni in continua evoluzione. Tuttavia ci sono alcuni elementi di base che possiamo definire standard per ogni profilo: innanzitutto una fotografia. Avere un account (un indirizzo) Facebook e avere un profilo privo di foto (cosa per altro possibile) è quasi un controsenso, visto che letteralmente il nome della piattaforma significa «libro delle facce». La scelta della foto non è irrilevante, perché essa è l’elemento principale del proprio profilo, quella che esprime prima di ogni altro messaggio la propria personalità o ciò che di sé si intende comunicare. Accanto alla foto si trovano una «bacheca», le «info», cioè le informazioni, e le «foto». Le informazioni mostrano ciò che l’utente vuol dire di sé in maniera più ufficiale, diciamo così, e sostanzialmente statica: i dati anagrafici, le attività professionali, il grado di istruzione e i luoghi di formazione, la condizione di stato civile, ma anche l’orientamento sessuale e quello religioso (Religious Views dell’interfaccia inglese originale diventa in italiano «Orientamento religioso»).
Ma è la «bacheca» (o wall) ad essere il cuore di ogni profilo. Essa è una sorta di lavagna nella quale è possibile scrivere momento per momento, usando una breve frase, quello che si sta facendo — il proprio «stato» (status) nel gergo di Facebook — e in questo modo rendere queste informazioni pubbliche per gli amici. La domanda essenziale dello status è dunque: «Che stai facendo?». La risposta è una sorta di parola-chiave che attiva la conversazione. Nel momento in cui l’utente scrive che cosa sta facendo, i suoi «amici» possono commentare il suo stato (3). Da quando è stata diffusa l’applicazione che serve per aggiornare il proprio profilo direttamente dal cellulare, modificare di frequente il proprio stato è cosa semplicissima. Le statistiche ufficiali dichiarano che 13 milioni di utenti aggiornano il proprio stato almeno una volta al giorno. Quando poi si accetta l’amicizia di una persona, il fatto viene reso pubblico sulla propria bacheca. E questo avviene anche quando si modifica in qualunque modo il proprio profilo grazie ad applicazioni che ormai proliferano. Ad esempio, quando si caricano fotografie, magari scattate al volo con un cellulare, o si pubblica una nota di testo (una riflessione, una citazione, un pensiero…) o si risponde a un quiz o a un test, o si aggiunge un link a una pagina web che si ritiene interessante o si carica un video pubblicato su Youtube.
Le statistiche sono interessanti: pare che ogni mese siano caricate su Facebook circa 700 milioni di immagini (attualmente sono circa 10 miliardi), quattro milioni di video e 15 milioni tra note, link e post vari. Ogni aggiunta al proprio profilo può essere commentata dagli «amici»: i commenti vengono tutti pubblicati sulla propria bacheca, uno dietro l’altro. Va precisato che, qualora uno dei contenuti (che si chiamano post) non dovesse essere gradito o giudicato opportuno, può essere facilmente cancellato. Ogni elemento aggiunto al proprio profilo o alla propria bacheca costruisce un pezzo dell’identità dell’utente, cioè della sua immagine pubblica. Va da sé il rischio di crearsi una rappresentazione artificiale, spesso allo scopo di sembrare più accettabili, graditi, perfino desiderabili, anche sessualmente. Ecco uno dei punti problematici delle identità costruite in Rete: presentarsi in pubblico in maniera non diretta e reale ma tramite un profilo «costruito» è sempre in qualche modo fare «spettacolo» di sé con tutte le possibili derive narcisistiche.
Le applicazioni che si possono usare su Facebook e che permettono di aggiungere contenuti al proprio profilo e alla propria bacheca sono in continuo aumento. Ad esempio, è possibile, grazie all’applicazione Books, segnalare i libri che si stanno leggendo e così conoscere, tra coloro che nel mondo la usano, gli altri che li stanno leggendo e, magari, condividere con loro impressioni di lettura (4). È possibile anche grazie a Causes rendere pubblica una causa da difendere o invitare i propri amici a aderire a petizioni o manifestazioni pubbliche. È possibile inoltre segnalare a tutti le città del mondo che si sono visitate, e così via. L’elenco delle applicazioni sarebbe davvero troppo lungo per essere censito qui: ne esistono circa oltre 50.000, infatti, con una crescita di 140 al giorno. Notiamo infine che le applicazioni possono apparire sul proprio profilo, che dunque viene costruito graficamente pezzo per pezzo come un mobile che si monta o un appartamento che si arreda. La scelta e l’ordine delle applicazioni che appaiono nel profilo dicono già qualcosa di chi lo ha messo on line.
Su Facebook poi è possibile diventare fan di personaggi notevoli, grandi pensatori, artisti, divulgandone la fama tra gli amici. Ma allo stesso modo è però anche possibile creare fan club di persone di dubbia fama, modelli negativi, perfino di persone che si sono macchiate di delitti e sanzionate dalla legge. È stato eclatante il caso del gruppo di fans che si è creato attorno a Totò Riina, ad esempio, che ha aggregato oltre 6.000 persone, prima di essere annullato. È da precisare che molti si erano iscritti per inviare commenti di biasimo, ma certo attorno al personaggio si è creato un fenomeno che è stato poi rilanciato dai media. È possibile formare gruppi di interesse e aggregare persone tra i propri amici e poi gli amici degli amici in un tam tam spontaneo. Ne esistono attualmente circa 19 milioni. È poi possibile inviare un messaggio a tutti i membri o anche costruire un evento a cui invitare amici e iscritti. Usare Facebook per darsi un appuntamento «reale» è pratica che si sta diffondendo, sostituendo telefonate ed e-mail. Infatti Facebook, se si abilita la funzione, provvede ad avvisare gli iscritti di ogni novità che riguarda nuove richieste di amicizia, proposte di far parte di un gruppo, l’invito a un evento (che va dalla partecipazione a una conferenza a una serata in pizzeria o al cinema, a un party…). Ogni mese vengono creati su Facebook circa due milioni di eventi. L’avviso avviene via e-mail e, limitatamente agli utenti di Stati Uniti, Canada e Regno Unito, via sms sul cellulare.
Nella pagina del proprio profilo appare anche pubblicità su una colonna laterale, in maniera evidente, ma occorre dire anche non pesantemente invasiva. L’utente, se vuole, può esprimersi con un sistema abbastanza semplice sulla pubblicità che vede apparire accanto al proprio profilo, e valutarla positivamente o negativamente in modo che il sistema si autoregoli sulla base dei contenuti offerti. In ogni caso quella pubblicità sta lì a ricordare che Facebook è un’azienda che mira a creare profitti e non un gruppo filantropico.
A quali bisogni risponde?
Come valutare Facebook? È qualcosa di transitorio o è di destinato a durare nel tempo? Come abbiamo già fatto in passato, è bene ricordare che le tecnologie che realizzano la Rete non sono affatto da considerare semplicemente «effimere»: le forme di comunicazione non vengono mai semplicemente «superate», ma vengono integrate a un livello superiore. E questo è il senso dell’evoluzione del web e delle piattaforme di social network. La prima domanda da fare dunque non è sul futuro ma, in certo senso, sul «passato», cioè sulle radici umane e sui bisogni profondi ai quali Facebook ha risposto riscuotendo così tanto successo. Ci chiediamo dunque: a quale bisogno risponde?
Potremmo sinteticamente rilevare che Facebook permette ai suoi utenti di sentirsi e vedersi parte di una rete di relazioni che hanno un volto e una storia quotidiana alla quale si può partecipare con un click. Se io vado sulla mia home, cioè la prima schermata che mi appare quando mi connetto alla piattaforma, in un colpo d’occhio vedo lo stato aggiornato dei miei «amici», e dunque apprendo che cosa stanno facendo, posso visitare poi il loro profilo e saperne di più, magari vedendo chi sono i loro nuovi «amici» o leggere le loro riflessioni, vedere le nuove foto che hanno scattato, e così via. È possibile trovare anche qualche amico on line e chattare con lui direttamente o inviare messaggi grazie a un sistema ad hoc. Facebook dunque permette di sviluppare relazioni e, d’altra parte, permette ad altri di svilupparle con noi. Infatti chi aggiorna il proprio stato o fa l’upload (cioè «carica», come si dice in gergo) di materiali personali lo fa perché altri possano conoscerli, leggerli, vederli. Facebook diventa parte di un più ampio lifestreaming, un flusso di vita vissuta che viene in un modo o nell’altro diffuso e quindi condiviso con i propri contatti mantenendo un certo grado di intimità, almeno apparente (5).
Le applicazioni sociali che fanno parte del lifestreaming forniscono una cronaca dettagliata e puntuale delle esperienze quotidiane degli utenti. In fondo, tutto questo è una sorta di controllata abolizione della privacy, affidata a quella che comunque è un’azienda che fa profitti proprio grazie ai dati personali che le persone si scambiano tra loro. Da qui anche un fronte di opposizione a Facebook che sta facendo sentire la propria voce (6). Fortunatamente su Facebook è possibile impostare alti livelli di protezione dei dati forniti dall’utente, e tuttavia anche il livello massimo di privacy consente agli «amici» l’accesso ai propri dati. Del resto, se così non fosse, la piattaforma stessa perderebbe di senso.
Facebook dunque serve per entrare nella vita degli altri e permettere agli altri di entrare nella propria. Gli «altri» non sono «tutti», ma coloro con i quali si decide di stabilire una relazione. Ovviamente è possibile abbassare i livelli di privacy ed esporre il proprio profilo al mare della Rete, ma anche questa logica, tutto sommato, è incoerente con quella della piattaforma, che invece tende a creare una rete in qualche modo circoscritta di «amici» e non una sorta di pagina completamente aperta al pubblico.
Conoscere e farsi conoscere
Il bisogno di conoscere e farsi conoscere, il bisogno di vivere l’amicizia sono bisogni «seri», che si bilanciano con il rischio di confondere relazioni superficiali e sporadiche con l’amicizia, comunicazione di sé ed esibizionismo, voglia di fare conoscenza e voyeurismo. Sebbene la differenza tra le prime e le seconde sia radicale, per essere percepita ha bisogno di un’adeguata educazione alle relazioni e alla percezione di sé. Facebook in questo senso è una sfida, perché come tutte le piattaforme di social network è insieme un potenziale aiuto alle relazioni ma anche una minaccia. La relazione umana non è un gioco e richiede tempi, conoscenza diretta (7). La relazione mediata dalla Rete è sempre necessariamente monca se non ha un aggancio nella realtà. In alcuni casi è stato testimoniato il desiderio di avere tanti contatti su Facebook e quindi di «collezionare» amici, che appaiono con le loro foto in miniatura nella pagina del proprio profilo (8). È quasi una sfida alla solitudine e un desiderio di sentirsi e apparire popolari. In effetti è da non sottovalutare il desiderio di apparire estroversi, richiesti, cioè, in altre parole, amati. Avere molti amici significa mostrarsi agli altri come socialmente attraenti (9). Anzi, a volte il proprio profilo serve proprio per «adescare» potenziali «amici», e le motivazioni possono essere di ogni tipo: dalle più legittime alle meno plausibili o accettabili. È ovvio, d’altronde, che, più cresce il numero degli «amici», più Facebook rischia di perdere di significato divenendo un semplice indirizzario un po’ evoluto tecnologicamente. Se si hanno pochi amici dunque non ha senso mantenere un profilo Facebook, perché con questi ci si può sentire di frequente; se se ne hanno troppi è pure inutile perché non è possibile tenere i contatti. È necessario un equilibrio. Su Facebook si tende, inoltre, a non negare l’«amicizia» a chiunque la chieda, anche se si tratta soltanto di vaghe conoscenze o addirittura di perfetti sconosciuti. La cosiddetta reciprocity rule (regola di reciprocità) a cui siamo abituati dice infatti: «Se una persona ti dà qualcosa devi cercare di ripagarla». La Rete aumenta a dismisura gli eventi che fanno scattare questa regola di reciprocità, che invece in questa sede deve essere gestita con oculatezza e discrezione.
La logica originaria di Facebook implicava un aggancio alla vita reale, in particolare a quella dell’ambiente di studio. L’uso ideale di Facebook, a nostro avviso, è quello che viene fatto a partire dalle relazioni reali. È una strada ormai importante per ritrovare compagni di scuola, amici di infanzia di cui non si sa più nulla, vecchie conoscenze. L’8,5% della popolazione italiana ha un profilo Facebook e, considerando l’ambito di età predominante sulla piattaforma, è davvero difficile che un giovane adulto non trovi almeno qualche vecchio amico o un compagno di classe. È anche vero che spesso le persone si ritrovano all’improvviso, al di fuori di ogni contesto, magari saltando anni o decenni di vita nei quali sono state separate e senza contatti reciproci. Nel frattempo le persone che si contattano sono cambiate, e sarebbe un errore appiattire tutti gli «amici» in una sorta di contemporaneità totale. Se però la piattaforma viene usata con una consapevolezza delle relazioni, è certo che essa diventa una occasione interessante per consolidare rapporti che a causa della distanza o per altri motivi rischiano di indebolirsi, oppure per recuperare rapporti che la vita ha allentato. Non dimentichiamo che l’uso ordinario del telefono cellulare o delle e-mail sono fenomeni relativamente recenti e quindi è possibile che, con i cambi di domicilio e le varie vicende della vita, persone prima in contatto poi si perdano di vista.
Esiste la fede su «Facebook»?
Come ogni realtà di Rete che coinvolge direttamente la vita umana, i suoi desideri, le sue tensioni e le sue relazioni, anche Facebook è un «luogo» nel quale la fede e la religiosità si esprimono e hanno una loro rilevanza e manifestazione. Ovviamente ciò avviene secondo la logica propria della piattaforma. Questo significa sostanzialmente che le forme di espressione religiosa sono le seguenti: presenza tra gli utenti di religiosi o ministri di culto o di credenti che esplicitano la loro identità religiosa nel proprio profilo, e la possibilità di stabilire con essi un rapporto di amicizia; creazione di gruppi di fans o ammiratori di leader religiosi o figure notevoli del passato: santi, beati o figure significative; creazione di gruppi; pubblicità di eventi reali; creazione di applicazioni di carattere religioso.
Se andiamo alla ricerca della dimensione religiosa presente su Facebook troviamo che queste possibilità hanno trovato una loro realizzazione e una loro forma. Sebbene non ancora censita, la presenza di religiosi e sacerdoti su Facebook non è irrilevante. Chi ha assunto un compito pastorale, specialmente se giovane, ad esempio, trova molto utile essere connesso tramite strumenti di social network con le persone che fanno parte della propria parrocchia o dei propri gruppi. In tal modo restano anche aperti, se lo vogliono, ad ampliare i propri contatti. In alcuni casi questi pastori possono anche essere vescovi diocesani. In Italia è noto il caso del card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, che con la sua iscrizione a Facebook ha addirittura toccato il limite massimo di «amici» consentito dal sistema, cioè 5.000, e ha dunque dovuto aprire, oltre al proprio profilo personale, un gruppo che contenesse le altre persone che continuano a chiedere la sua «amicizia»: in poco tempo ha superato i 3.000 iscritti. Ma sono numerosi i leader religiosi di tante religioni dei quali è possibile diventare fan. Così come è possibile di santi, beati o figure notevoli.
I gruppi sono numerosi: sia quelli espressione di realtà preesistenti e con valore territoriale, sia quelli legati a una tematica specifica o ad un interesse particolare. Si va da gruppi come Faithbook, un gruppo interreligioso che persegue il dialogo e la sconfitta di ogni estremismo, fino, in ambito cattolico, a gruppi parrocchiali, ma anche movimenti ecclesiali e presenze di ordini religiosi. Facciamo qualche esempio. Per i domenicani I love Dominicans, Movimento Giovanile Domenicano e Gioventù Domenicana. Per i francescani, fra gli altri, Brothers and Sisters of St. Francis of Assisi, per i carmelitani Carmelites Unite! Per i salesiani citiamo gruppi come Famiglia Salesiana, Movimento Giovanile Salesiano o Salesians of don Bosco. Per i gesuiti si va da Jesuits on Facebook gruppo aperto anche a laici, e Ignatian Circle, che collega persone che vivono la spiritualità ignaziana. Casi peculiari sono quelli dei gruppi riservati soltanto ai membri di un ordine religioso, e che dunque richiedono un’approvazione previa all’iscrizione come Jesuits in Formation, riservato solamente ai religiosi gesuiti in formazione perché abbiano un collegamento internazionale, che prevede anche responsabili nazionali, e The Jesuit Facebook Rec Room e Societas Iesu, aperti a tutti i religiosi dell’Ordine. Così il caso del gruppo Missionaries Oblates of Mary Immaculate on Facebook, riservato all’incontro tra i membri della congregazione degli Oblati di Maria Immacolata.
Alcune riviste cattoliche come la statunitense America Magazine o l’italiana Letture hanno creato gruppi. La rivista inglese Thinking Faith ha invece fatto una scelta più radicale e avanzata: ha creato un’applicazione che permette di condividere gli articoli pubblicati sulla rivista rendendoli immediatamente pubblicabili sulla bacheca personale di qualunque iscritto, aumentandone così la diffusione.
Sul versante delle applicazioni occorre segnalare il lavoro di don Paolo Padrini, sacerdote della diocesi di Tortona. A lui e al programmatore Dimitri Giani si deve l’applicazione iBreviary per iPhone, che permette di scaricare sul palmare della Apple la Liturgia delle Ore del giorno. Sul versante Facebook don Padrini ha creato Praybook, un’applicazione che permette di pregare con il testo delle tradizionali preghiere cristiane e con la preghiera della Liturgia delle Ore, ma anche di inviare ai propri amici preghiere o frammenti di testi evangelici. Esistono anche altre applicazioni di questo tipo specialmente in lingua inglese come Prayers che permette di condividere nella propria bacheca intenzioni di preghiera, e Bible che permette di pubblicare quotidianamente sul proprio profilo una citazione biblica e i commenti di coloro che la usano. A volte si creano gruppi di preghiera per intenzioni specifiche. Un recente caso singolare è Christians Praying for President Obama, un gruppo che ha già raccolto oltre 93.000 iscritti che dicono di pregare per il neoeletto presidente degli Stati Uniti e la sua azione di governo.
La creatività dei credenti in Rete dunque sembra attiva e in grado di trovare anche nei social network forme e modalità di espressione. Ha ragione dunque p. Richard Malloy, gesuita, professore di antropologia a Philadelphia, a parlare anche di Religious Life in the Age of Facebook (10), cioè di vita religiosa, nel senso di vita consacrata, al tempo di Facebook. Le scelte di vita si fanno anche sulla base delle relazioni che si instaurano, e i social network hanno un impatto proprio sulle relazioni. Ci si rende conto che la riflessione su queste reti è importante anche in ordine alla vita di fede, di evangelizzazione e persino alla vita consacrata. Il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha centrato la questione affermando, più in generale, in un suo recente intervento che «l’azione ecclesiale non deve tanto essere attenta all’utilizzo di “potenti mezzi”, ma deve ripartire dall’inculturazione del Vangelo in un ambiente ormai plasmato dai media e al quale essi forniscono le informazioni e le chiavi di lettura della realtà» (11). Non si tratta innanzitutto dell’uso di mezzi speciali, ma di comprendere che di fatto il mondo è già ampiamente plasmato da piattaforme come i social network, le quali di fatto hanno una precisa incidenza sul modo di leggere la realtà e di vivere le relazioni da parte delle persone che li usano.
Qualcuno in ambito protestante sta cercando di realizzare una riflessione specifica, tuttavia restando ancora abbastanza in superficie. Un esempio è quello proposto da Facebook for Pastors di Chris Forbes, un piccolo libro digitale che si può scaricare gratuitamente (12). Alla fine però si rivela una sorta di semplice e chiara guida generale a Facebook con qualche riferimento alla pastorale religiosa, che, a dir la verità, risente troppo di una mentalità da marketing del «prodotto» religioso. Nella nostra lingua segnaliamo Religione 2.0 (13), aggiornato blog dedicato alle risorse religiose sul web 2.0, realizzato da Luca Paolini, insegnante di religione.
Utopia o mezzo di relazione?
Facebook è una realtà sempre più importante della Rete e conferma che la logica fondamentale del web è quella relazionale, sociale. Questa piattaforma, sebbene peculiare perché tutta centrata sulle relazioni, non è affatto l’unica. È semmai il fenomeno emergente, la punta di iceberg di una realtà più ampia, che ha in piattaforme come Myspace, Flickr, YouTube, Linkedin, Anobii, Ning, Plaxo, Hi5, Baidu Space, Orkut, Friendster, Bebo, Netlog, Imeem, Catolink, altri luoghi di aggregazione sociale, a volte di settore, rilevanti e frequentati. E non dimentichiamo che esistono anche network «locali» come, ad esempio, Xiaonei, fondata nel dicembre 2005 da un gruppo di studenti della Qinghua University di Pechino, la quale dal novembre 2007 è la piattaforma di social network più popolare tra gli studenti cinesi, con 15 milioni di utenti registrati.
Il fenomeno Facebook, peculiare per caratteristiche, successo e rapidità di diffusione, più di altri ha fatto comprendere come i rapporti tra le persone siano al centro del sistema e dello scambio dei contenuti, che sempre più appaiono in rete fortemente legati a chi li produce o li segnala. Riemergono dunque con forza i concetti di persona, autore, relazione, amicizia, intimità… Ma, detto questo, occorre comprendere bene come questi concetti si modifichino e si evolvano a causa della Rete. La vera novità di Facebook non è in tutti i servizi che offre e sempre di più offrirà perché è una piattaforma aperta al contributo libero di chi vuole sviluppare applicazioni. Tutti questi sono e resteranno arricchimenti di un nucleo centrale: la connessione della singola persona, che appare in tutta la sua vita personale vincendo ogni forma di anonimato e di tutela della privacy (davvero la cosa più a rischio su queste piattaforme), con la sua rete di amici. Prima di Facebook e delle piattaforme ad esso simili, internet era sostanzialmente una rete di pagine e di contenuti, non di persone. Le persone potevano contattarsi tra di loro e aggregarsi in newsgroup e mailing list, come la nostra rivista scriveva già dieci anni fa (14), ma le relazioni umane in se stesse erano invisibili al web.
Facebook, in fondo, incarna una utopia: quella di stare sempre vicini alle persone a cui teniamo in un modo o nell’altro, e di conoscerne altre che siano compatibili con noi. Ma l’utopia deve confrontarsi col rischio grave che cellulari e computer possano alla fine isolare e dare solamente una parvenza di relazione, non fatta di incontri reali. D’altra parte la tecnologia da sempre, a partire dall’invenzione dei messaggi di fumo o di strumenti come il telegrafo o il telefono, è un potente ausilio alle relazioni personali. In questo lungo processo che compone la storia delle comunicazioni umane, Facebook sta giocando il suo ruolo specifico: fa sì che internet diventi innanzitutto una rete di persone e accelera un processo che nel 2005 ha avuto nei blog (15) uno dei suoi passaggi fondamentali, e che la nostra rivista ha ampiamente presentato. Facebook è dunque un momento significativo di questo processo, non certo però un punto di arrivo.
1 Cfr A. Spadaro, «Web 2.0: Internet come “rete sociale”», in Civ. Catt. 2007 IV 111-124.
2 Cfr http://www.facebook.com/press.php#/press/info.php?founderbios
3 Questa forma di socializzazione è stata lanciata nel 2006 da Twitter, un servizio che consente di lasciare un messaggio non più lungo di 140 caratteri tramite web, messenger o sms letto dalle persone che hanno scelto di stare in contatto. Una sorta di microblog personale per tenere aggiornati i nostri «amici» su ciò che stiamo facendo o pensando. Cfr http://twitter.com/
4 In Rete esiste anche Anobii, una piattaforma di social network che si fonda non sulla rete di amicizia ma sulla rete di libri letti o che si stanno leggendo.
5 Il lifestreaming è l’attività di raggruppare in un singolo posto tutte le informazioni che una persona mette in Rete in tempo reale sul suo flusso di vita. Inoltre esiste anche Flock, un social browser che integra in se stesso vari servizi di social network.
6 (Cfr http://www.odiofacebook.net). Uno degli attacchi più pesanti a Facebook è quello realizzato da Tom Hodgkinson su The Guardian del 14 gennaio 2008 con un articolo dal titolo «With friends like these…» che si legge in
http://www.guardian.co.uk/ technology/2008/jan/14/facebook e in traduzione italiana in
http://www.odiofacebook.net/segnalazioni/09-12-2008/con-amici-come-questi.html
7 Cfr E. McLuhan, «Dal villaggio al cyberspazio: una sfida per la fede», in Vita e Pensiero, 2008, n. 3, 82-87.
8 È possibile «giocare» con queste «collezioni» grazie ad alcuni strumenti. Fra questi Six degrees, grazie al quale è possibile effettuare una ricerca per una qualsiasi persona registrata e verificare quanti gradi di separazione ci distanziano e dunque anche ci uniscono, secondo l’ipotesi per cui una persona può essere collegata a qualunque altra attraverso una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari. Altre applicazioni come Nexus e Friend Graph soddisfano la curiosità di avere una resa grafica della propria rete di amicizie. Il primo crea una mappa a stella raggruppando gli amici in «nodi» per interessi e affinità. Cliccando sui vari nodi è possibile visualizzare nome e foto dei vari amici. Il secondo crea un grafico dove i nomi compaiono subito accanto ai nodi, che sono spostabili con il mouse.
9 Cfr «Too Much of a Good Thing? The Relationship Between Number of Friends and Interpersonal Impressions on Facebook», in Journal of Computer-Mediated Communication XIII (2008) 531-549.
10 È il titolo di un suo articolo apparso in America, 7-14 July 2008.
11 Dal discorso pronunciato il 2 ottobre 2008 in occasione della plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, tenutasi in Ungheria nella diocesi di Esztergom-Budapest.
12 In http://ministrymarketingcoach.com/free-e-books/
13 In http://www.religione20.net
14 Cfr A. Spadaro, «Le nuove riviste letterarie in internet. Tra critica e telematica», in Civ. Catt. 1999 III 27-40.
15 Cfr Id., «Il fenomeno “blog”», ivi, 2005 I 234-247.
© La Civiltà Cattolica 2009 I 146-159 quaderno 3806
19:31 Scritto da: borgosotto in blog life | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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Commenti
Complimenti a ki ha scritto questo articolo!!!! E' il migliore che abbia letto!!!! :D
Scritto da: francyf90 | 24/06/2009
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