07/04/2009

E Sciascia salì dal vescovo

Inedito. Il desiderio di «preti-preti», il calice donato alla chiesa, la ricerca continua della verità: un amico prete narra il lato «cristiano» dell’autore.

  di Vincenzo Arnone, AVVENIRE 7.4.09

  Don Alfonso Puma, morto nel 2008, ha lasciato i suoi ricordi di una vita trascorsa accanto al celebre scrittore siciliano

 « Nell’aldilà, Sciascia ricorderà il suo paese, il suo mondo, la Sicilia. Noi pure lo ri­corderemo, perché anche lui è stato un pianeta. E a me, il mio vecchio amico Nanà mi man­ca ». Conclude con queste commosse parole il suo me­moriale il parroco-arciprete di Racalmuto, don Alfon­so Puma, amico d’infanzia dello scrittore Leonardo Sciascia. Don Puma l’aveva scritto nel 2004, sollecita­to da amici, per non far perdere poi nella dimentican­za tanti episodi inediti, tante impressioni dal vivo che venivano da amici, coetanei, parenti e non dai volumi di critica letteraria. Scrisse allora una ventina di cartelle, di cui riproponiamo - a vent’anni dalla morte dell scrit­tore, scomparso a Palermo il 20 novembre 1989 - qui qualche passaggio, in cui si traccia un profilo inedito dello scrittore: incontri avvenuti nella Chiesa Madre, nella campagna dello scrittore a La Noce, altri incon­tri informali, da vecchi amici. Bisogna dire che don Pu­ma era (classe 1926, è morto il 18 gennaio 2008) un tipo attivo, vi­vace, di grande fantasia, buon pittore, entusia­sta…


Un artista, e per­ciò si trovava a suo agio a colloquiare con Scia­scia, non ultimo per la passione per la lettera­tura. Ho conosciuto be­ne tutt’e due e posso di­re come l’amicizia e l’ammirazione fossero reciproche. A tal punto che u­na volta, nella casa dello scrittore a La Noce, program­mandosi la data e l’invito di un piccolo premio lette­rario nei pressi di Agrigento, lo scrittore disse - accor­gendosi che la cosa era fatta… in famiglia - : «Se viene l’arciprete vengo anch’io». Fu così che vennero e che anzi fu invitato anche Gesualdo Bufalino. Il memoria­le di don Puma spazia su tanti temi: la libertà di pen­siero, la lotta per la giustizia e contro la mafia, la ricer­ca religiosa dello scrittore, il perché difese Enzo Torto­ra, la visita al vescovo di Agrigento, i rapporti con i pae­sani… Lo scritto è ora in possesso della Fondazione Sciascia di Racalmuto.

il memoriale
 «Nanà leggeva gli autori cattolici e i Vangeli, diceva che lo caricavano come un orologio»


 DI
ALFONSO PUMA
 A
lle ripetute richieste di alcuni amici, cer­catori di notizie e di aneddoti su Leo­nardo Sciascia, voglio ricordare qual­che episodio semplice o qualche detto dello stesso durante gli incontri personali in Racal­muto, nostro paese natale, e con il qualche van­to una parentela, nonché una conoscenza fin dall’infanzia. Infatti io sono del 1926, Sciascia era nato nel 1921.
  Premetto che Sciascia, o «Nanà» come molti lo chiamavano confidenzialmente, era, per carat­tere, timido, però attento ad ascoltare, tacitur­no e con lo sguardo e il sorriso sornione; se, ri­chiesto di un parere o di un giudizio, usava rispondere con poche parole, spesso i­roniche. Forse lascerà qual­che lettore pieno di stupore, eppure Sciascia, grande ri­cercatore della Verità, non so­lo tra i libri di sommi lettera­ti, poeti e filosofi, leggeva spesso i vangeli, edizione Paoline, che lo «caricavano come un orologio», come spesso mi riferiva. Amava l’arte teatrale e l’arte pittori­ca che l’hanno classificato tra i migliori critici italiani. Ha speso tutta la sua vi­ta nel leggere e nello scrivere per il «gusto di leg­gere
e di scrivere». Sciascia certamente è stato un grande scritto­re europeo, ma soprattutto un grande spirito critico della nostra Italia, coinvolto in un’av­ventura intellettuale; nei suoi testi letterari ap­plicava il suo dubbio metodico felicemente con una particolare scoperta, quella di pensare con­trocorrente: «Ho contraddetto e mi sono con­traddetto », e ciò costituiva un gioco affasci­nante, talvolta perfido, e per tanti lettori, mol­to sofisticato che, per lo stesso scrittore, era mol­to importante, necessario e vitale salvandolo dal conformismo generale. Questo gioco del li­bero pensiero e l’uso della ragione, con l’in­ventiva, danno alle sue opere connotati parti­colari di ostilità nell’ambiente in cui è vissuto: «L’unica mia difesa, qui, è il non essere d’ac­cordo », annotava ne Le parrocchie di Recalpe­tra...
 Il mio amico Nanà era stato un uomo che, spa­ventato e dubbioso, ha cercato la Verità, di sa­pere cosa ci fosse dopo questa vita. Tuttavia cer­care nello spavento e nel dubbio è una tappa i­nevitabile dell’esistenza umana, travagliata da una dialettica tra il sicuro e l’incerto, tra la certezza e l’in­credulità; nessuno è stato e­sente da questa dialettica, nemmeno i santi e i mistici che alla certezza raggiunta hanno vissuto momenti di grande travaglio e lotta inter­na: la notte del dubbio e del­la paura ha preceduto il sole della certezza e ,a volte, è sta­to anche viceversa.
  Quando le occasioni lo con­sentivano, ed egli trascorreva periodi di riposo in contrada Noce, facevo piacevoli conversazioni con Leo­nardo Sciascia, ora nella sagrestia della Chiesa Madre, dove veniva a trovarmi o in campagna, luogo dei nostri ricordi d’infanzia. Quando lo ve­devo apparire davanti alla porta della sagrestia mi alzavo compiaciuto, col sorriso stampato tra le labbra, e lo abbracciavo affettuosamente. Di­scutere, conversare con lui era un’occasione u­nica, piacevole, oltre per la qualità dei discorsi, soprattutto per la sua straordinaria capacità di sintesi e di penetrazione degli autori che cono­sceva
abbastanza bene, frutto di una memoria di ferro che non si era sfaldata malgrado gli an­ni non fossero più quelli del tempo trascorso.
  Conosceva abbastanza bene gli scrittori catto­lici e li apprezzava, come Manzoni, Blaise Pa­scal, Paul Claudel, Jean Guitton. A volte mi ver­gognavo nel vedere lui, laico, conoscere così be­ne gli scrittori cattolici, mentre io qualche au­tore non l’avevo così bene letto e studiato. Ne­gli ultimi tempi della sua vita, dietro serie ri­flessioni ed esperienze, mostrò atteggiamenti più comprensivi verso i pensatori cattolici e ver­so gli uomini di Chiesa. Ebbe a dire che non e­ra un anticlericale, ma che desiderava vedere i preti-preti nel senso genuino. Cosa vuol dire preti-preti? Significa un prete che, fedele al mes­saggio evangelico di Gesù Cristo, vive nella sua pienezza il Discorso della montagna: vestire gli ignudi, dare da bere agli assetati di giustizia (Sciascia per la giustizia lottò tutta la vita), visi­tare i carcerati… mettere al primo posto Cristo. La mancata testimonianza di alcuni sacerdoti fu una pietra di scandalo per il laico Sciascia… Un mese prima della sua morte, al palazzo ve­scovile di Agrigento, fece visita al vescovo Car­melo Ferraro, in mia presenza, e in quella cir­costanza
riferiva al vescovo la sua amarezza perché i suoi scritti non avevano raggiunto lo scopo letterario prefissato: la lotta contro il malcostume e la mafia. Egli volle per primo rendere visita al vescovo di Agrigento, il qua­le espresse anche il desiderio che io, in qua­lità di arciprete di Racalmuto e amico perso­nale di Sciascia, fossi quel giorno presente all’incontro. Prima di giungere in vescovado, Sciascia incontrò alcune autorità provincia­li, poi accompagnato da Carmelo Rizzo si recò in via Duomo, sede del vescovado, do­ve ad attenderlo c’eravamo io e il vescovo Fer­raro. Salendo la lunga scala del vescovado, Sciascia, ormai sofferente, stanco, si fermò nel primo pianerottolo, riprese fiato e guar­dando la continuazione della scala disse: «Trop­po lunga è la scala della Chiesa!».
  Giunto alla sala grande, vedendomi, compia­ciuto, affettuosamente mi abbracciò. Sciascia salutò rispettosamente il vescovo Ferraro, il qua­le l’accolse e lo fece accomodare insieme ai pre­senti. Terminato l’incontro, salutato il vescovo, mentre si accingeva a scendere le scale, Sciascia si fermò di nuovo sul pianerottolo e fissando­mi mi disse: «Questo vescovo crede in quello che dice»… Monsignor Ferraro desiderava ricambiare la vi­sita allo scrittore racalmutese, ma non ebbe il tempo: colpito dalla malattia, lo scrittore sten­tava a leggere e a scrivere, dettò le ultime paro­le da scrivere sulla sua tomba. Nanà Sciascia si aggravò, fu ricoverato in ospedale, poco tem­po dopo morì a casa. Il vescovo Ferraro celebrò il funerale nella Chiesa del Monte, tanto cara a Sciascia, assieme a me e ai sacerdoti di Racal­muto. All’omelia ricordò Sciascia come lo scrit­tore che aveva cercato la Verità e si sentì onora­to di avere celebrato con il calice d’argento che lo scrittore aveva regalato alcuni anni prima al­la Chiesa del Monte, dove tutt’oggi si conserva.

 L’autore del «Giorno della civetta» espresse a monsignor Ferraro amarezza perché i suoi scritti contro la mafia non avevano raggiunto lo scopo prefissato

Scrivi un commento