04/09/2009

Baaria. Un lavoro importante ma riuscito solo a metà

www.avvenire.it (3.9.09)

«Baarìa» è sogno e sfida. Un kolossal che però non decolla perché troppo affollato di rimandi storici e di personaggi
 DA V ENEZIA

 F RANCESCO B OLZONI
 
 Locandina BaarìaU
n film italiano inau­gura la Mostra vene­ziana del cinema. Un fatto raro. Giuseppe Tornato­re ha senza dubbio, la statu­ra internazionale per farlo e sono lì a dimostrarlo alcune fra le opere più interessanti dell’ultimo nostro cinema da lui realizzate. Ma ho l’im- pressione che B aarìa
  (sta per Bagheria, luogo natale del­l’autore, e il regista l’ha rico­struita con l’apporto prezio­so dello scenografo Maurizio Sabattini nell’Africa araba dove, secondo lui, le com­parse hanno visi più sofferti, attendibili di quelli italiani) , pur lavoro complesso e am­bizioso, non sia del tutto riu­scito. Non che gli elementi in­teressanti vi manchino, gli at­tori non siano bravi, siano as­senti sequenze di bell’effet­to. Tornatore ha le carte in re­gola ma gli sfugge l’insieme troppo affollato di rimandi storici e di personaggi.
  Il tema del film non era sem­plice.


Si trattava di racconta­re settant’anni di storia pa­tria scegliendo come luogo di osservazione un borgo si­ciliano che da piccolo picco­lo si è fatto un grosso centro abitativo. Tratto d’unione tra le due realtà – una legata ai ri­cordi e l’altra collegata alla nostra esistenza – il sogno di un ragazzino (sarà il prota­gonista della storia) che, messo in castigo da una bi­sbetica maestra, si risveglia, esce dalla scuola e corre. Du­rate la corsa incrocia un altro ragazzino. Una metafora. Questo scambio di staffetta consente a Tornatore di con­frontare l’ieri (un passato di miseria) all’oggi quando tut­to pare profondamente mo­dificato. Ma è la natura del­l’uomo che non è mutata. Il bene non l’ha sempre vinta sul male. Le utopie cadono. Ma rimangono i prepotenti e la mafia sembra trionfare.
  Non è probabilmente il 'messaggio' del film che ci fa velo. Un autore può esse­re pessimista. La questione centrale resta sempre il mo­do con cui il discorso è arti­colato, come un’epopea, che può sì accogliere anche ele­menti grotteschi o ridicoli o fortemente sentimentali co­me qui avviene, segue il suo ritmo, finisce per convincere
chi la ascolta. Qui, in B aarìa,
 non convince il declamato alto che Tornatore ha voluto imprimere alle immagine so­vraccaricandole di figure in movimento sia in tempo in cui l’agitarsi della gente pa­reva meno frenetico di oggi che in questi anni che sem­brano a volte prossimi al caos. Ma la memoria, specie se profondamente parteci­pata, non sempre consente il proclamato alto. Abbisogna di sospensioni, di silenzi, di punti fermi. La scrittura di Tornatore che in altre occa­sioni conobbe la pazienza del 'rallentato' qui si fa come impazienze, è simile allo
scorrere del tempo che tutto pare trascinare con sé e tri­turare. Muoiono le utopie. Le speranze spariscono. Un so­gno di ragazzo – colpire con un sasso le tre punte di pic­chi che si alzano in cima a u­na montagna – non dà luogo alla scoperta di un tesoro an­nunciato da una leggenda popolare ma a un brulicare di serpenti. La stessa festa del santo non è un momento di religiosità popolare. E un ri­to dal sapore pagano. Resta­no, ma come corrosi, gli af­fetti, antiche solidarietà, il rapporto che lega il padre e i figli. E il resto si fa incerto, o­scuro.

08:15 Scritto da: borgosotto in cinema e tv | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

Commenti

Concordo sostanzialmente con la recensione. Tornatore, con la smania di "volare alto", ha trascurato un po' l'intreccio narrativo dei personaggi, che sembra stare lì solo per puntellare il racconto storico.

Scritto da: Antonio Lo Nardo | 16/01/2010

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