10/01/2010
Avatar. Sotto le immagini ben poco
Tanta stupefacente tecnologia da incantare, ma poche emozioni vere, emozioni umane per intendersi, in un mondo di alieni pur eccezionalmente immaginato e rappresentato. Tuttavia l'attesissimo film di James Cameron Avatar - che uscirà il 15 gennaio in Italia con un mese di ritardo rispetto al resto del mondo - non deluderà le aspettative degli appassionati del filone fantascientifico. Infatti con Avatar, la pellicola più costosa della storia (oltre 400 milioni di dollari, lancio compreso), la magia del cinema si rinnova in tutta la sua forza immaginifica.
Del resto la rilevanza del film sta nell'impatto visivo più che nella storia, piuttosto scontata, e nei messaggi peraltro non nuovi, già al centro, talvolta con ben altro spessore, di diverse pellicole alle quali il regista si richiama più o meno apertamente, da Piccolo grande uomo a Balla coi lupi, da Un uomo chiamato cavallo a Pocahontas.
L'innovativo 3D, unito alla rivoluzionaria tecnica performance capturing che coglie anche le espressioni degli attori per trasporle in animazione digitale, porta l'esperienza visiva a livelli mai visti. A cominciare dalla qualità dell'ambiente in cui si svolge l'azione, con una tridimensionalità che non punta a "bucare" lo schermo, ma a rendere la scena avvolgente, con una profondità che avvicina molto alla realtà e una maggiore nitidezza di dettagli. D'altra parte Cameron ha tenuto questo progetto nel cassetto per 10 anni - la prima idea è del 1995, la realizzazione è iniziata nel 2005 - proprio perché allora non c'erano i mezzi tecnici per rendere sullo schermo quanto da lui immaginato. E siccome è uno sperimentatore, il regista non si è limitato a usare tecniche di computer grafica già conosciute, ma ne ha inventate altre. E il risultato è affascinante.
La storia si svolge nel 2154. Protagonista è Jake Sully (Sam Worthington), un marine rimasto paralizzato alle gambe spedito sul pianeta Pandora, mondo primordiale ricco di materie prime preziose di cui gli umani vogliono impossessarsi e abitato dai Na'vi, giganteschi uomini blu, razza guerriera determinata a difendere il proprio territorio. Su Pandora non c'è ossigeno e gli uomini non potrebbero sopravvivere. Per avvicinare i nativi vengono utilizzati degli "avatar", Na'vi artificiali creati dalla scienziata Grace Augustine (Sigourney Weaver), che possono essere "indossati" da ospiti umani attraverso un travaso della coscienza. Per Jake è l'occasione per recuperare l'uso delle gambe e tornare in prima linea. Presto, però, il marine si innamora dell'indigena Neytiri (Zoë Saldana), comincia a comprendere la sua civiltà e le cose per cui lotta, finendo per passare dalla parte dei Na'vi e a combattere contro gli invasori umani.
Cameron punta, dunque, su un racconto di portata universale, facilmente condivisibile nella sua semplicità ed efficacia, che narra un evento più volte ripetutosi nella storia dell'umanità: le violenze e i soprusi, non di rado sfociati in genocidio, compiuti da civiltà considerate più avanzate per soppiantare o sottomettere, per smania di potere e ancor più per interesse, le culture indigene. Un tema che negli Usa si riflette nel mito della frontiera e nella guerra dei bianchi contro le popolazioni dei nativi, ma che può essere fatto risalire ad altre colonizzazioni e adattabile anche a più recenti guerre.
Ma Cameron, più concentrato sulla creazione del fantastico mondo di Pandora, sceglie un approccio blando; racconta senza approfondire e finisce per cadere nel sentimentalismo. Il tutto si riduce a una parabola antimperialista e antimilitarista facile facile, appena abbozzata, che non ha lo stesso mordente di pellicole più impegnate su questo fronte. Analogamente il sotteso ecologismo si impantana in uno spiritualismo legato al culto della natura che ammicca non poco a una delle tante mode del tempo. La stessa identificazione dei distruttori con gli invasori e degli ambientalisti con gli indigeni appare poi una semplificazione che sminuisce la portata del problema.
Ciò detto, resta l'indubbio valore del film per il suo eccezionale impatto visivo. Se serviva una nuova frontiera per il cinema di fantascienza, Avatar l'ha segnata, spostandola molto in avanti. E il record di incassi - che peraltro appartiene a un altro lavoro di Cameron, Titanic (1997) - potrebbe essere superato. Del resto lo spettacolo vale il prezzo del biglietto.
(©L'Osservatore Romano - 10 gennaio 2010)
Fantascienza tra paure e speranze
di Luca Pellegrini Il cinema di fantascienza è un genere libero per antonomasia, come lo è la fantasia, ma anche asservito agli umori del tempo e ai dettami del progresso scientifico. Per questo è lo strumento più idoneo per riflettere, nelle sue trame e nei suoi spicchi di verità, le tante paure e le poche speranze. Attraversa abilmente la nostra storia con un andamento sinusoidale, toccando picchi di elevata elaborazione narrativa e artistica e altri di ossequiosa routine, inaugurando ogni volta vere e proprie epoche con temi e personaggi di riferimento che hanno poi una ricaduta sui gusti e le aspettative comuni. Ci sono titoli che hanno contraddistinto questi intervalli e sono diventati punti di riferimento, come oggi appare Avatar, che potrebbe diventare una parola cult. E inaugurerà, forse, un nuovo genere, creando un immaginario collettivo in cui si rifletterà ancora una volta la forza attrattiva di mondi alternativi, una certa forma di spiritualismo ecologico oggi di moda e il timore, piuttosto diffuso, di una vera trascendenza.
Nel 1927, in concomitanza con la nascita ufficiale del termine scientific fiction (poi contratto in sci-fi), lo sviluppo urbano, la suddivisione in classi e il progresso tecnologico trovavano, nelle loro valenze etiche, la prima rappresentazione cinematografica con Metropolis, l'assoluto capolavoro espressionista di Fritz Lang. La città futura diverrà da allora protagonista e rappresentazione dei progressi e dei regressi della civiltà, fino a quel coacervo di architetture gigantesche, bagnate da pioggia incessante, che in Blade runner di Ridley Scott sono il luogo ideale per lo scontro uomo-macchina. La celebrazione utopistica della tecnica avvenuta nel 1933 all'esposizione universale di Chicago ("Century of Progress"), comincerà però a trovare proprio nel cinema la sua antitesi, inaugurata con lo sfortunato e emblematico La vita futura di Cameron Menzies, su sceneggiatura addirittura di Herbert G. Wells, che si colora di una vena di anticapitalismo. Il sottotitolo - Nel 2000 guerra o pace - sinistramente sembrava porre un angoscioso dilemma che avrebbe sconvolto l'umanità ben prima di quella data. Ansie giustamente riflesse nell'epoca d'oro del cinema di fantascienza, il decennio 1950-1960, che crea tre opere classiche: Il pianeta proibito di Fred McLeod Wilcox (dove il bene e il male si fronteggiano nella coscienza di uno scienziato), Ultimatum alla Terra di Robert Wise (alieno buono in versione liberal che mette in guardia un'umanità votata all'autodistruzione) e La cosa da un altro mondo di Nyby-Hawks (alieno cattivo che fagocita gli esseri umani, sintomo della paura del comunismo che attanaglia l'America di Mc Carthy).
Questi opposti si ritrovano in altri titoli indimenticabili, anche se per arrivare all'affermazione della bontà degli alieni (gli "altri", più o meno diversi e lontani) si dovranno attraversare strade impervie segnate da invasioni apocalittiche, metamorfosi subdole e bombe atomiche devastanti: La guerra dei mondi di Byron Haskin, L'invasione degli ultracorpi di Don Siegel, L'ultima spiaggia di Stanley Kramer, Il pianeta delle scimmie di Franklin J. Shaffner. Insomma, una sequela di inquietudini e terrori (con doverosa autocritica) che culmina con il sanguinario ed esemplare Alien di Ridley Scott. A tutto questo hanno reagito due irriducibili ottimisti americani: Steven Spielberg, con Incontri ravvicinati del terzo tipo ed ET, e George Lucas, con la serialità delle sue indimenticabili Star Wars, nelle quali l'epopea classica si colora abilmente di tinte contemporanee.
Ora non si sa se Cameron con Avatar, dall'alto dello splendore tecnologico già ampiamente celebrato, riuscirà a replicare quell'ammirazione e quello stupore, mai venuti meno, scatenati da 2001: odissea nello spazio di Stanley Kubrick, uscito nel 1968. Sul piano estetico, formale, narrativo e tecnologico, si è trattato di una rivoluzione unica e inaspettata, in anticipo sui tempi. Questa fantascienza, dal sapore metafisico e visionario - che sarà ritentata soltanto da Andrej Tarkovskij, tre anni dopo, con Solaris, una fabula di sofisticata densità spirituale - rimane in sorprendente equilibrio tra vulnerabilità della scienza (la ribellione e morte del computer Hal 9000) e presenza del mistero (il monolite nero sospeso nel tempo e nello spazio, generatore di una nuova umanità), tra fiducia illuministica e afflato romantico. Il film non aveva avuto antenati. Nella sua forza geniale e innovativa non ha trovato, finora, alcun erede.
(©L'Osservatore Romano - 10 gennaio 2010)
10:42 Scritto da: borgosotto in cinema e tv | Link permanente | Commenti (4) | Segnala | OKNOtizie |
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Commenti
Il Sig. Vallini dovrebbe limitarsi a lavare le pezze del Papa.
E questo lo dico non tanto in risposta alla sua critica di Avatar (che, peraltro, non mi ha entusiasmato), piuttosto pechè il suo tono è quello di chi, non riuscendo a concepire qualcosa di diverso dal suo modo di pensare, cerca a tutti i costi di screditarlo.
Scritto da: Suxxor | 20/01/2010
Non mi sono nemmeno degnato di leggere l'articolo, già il titolo è una vera schifezza.
Sono daccordo con chi mi precede che dovrebbe limitarsi a lavare le pezze al Papa, se non parti del corpo ben delimitate.
Scritto da: Maurizio | 27/01/2010
I commenti tutti dell`Osservatore Romano con Mr. Vallini a suonare la tromba sono generalmente giusti. Un film mediocre e piuttosto noioso. Avatar non progetta messaggi importanti, anzi, indietreggia il filone fantascentifico che ha in altre pellicole del passato rappresentanze molto piu significative, originali ed intelligenti. I brillanti effetti cine-tecnologici sono da ammirare come non e ` da ammirare l` ''HIPE'' cosi bene ''in place'', che in preparazione del ''Colossal'' e` riuscita a lavare i cervelli dei piu ingenui. Il colore bluastro con effetti verdi e grigi ha sicuramente in forma negativa rovinato la visuale...stancava gli occhi e sinceramente quando la visione sobbalzava ero tentato dall`uscire dal cinema. Per quindi finire su una nota di positivita` vorrei consigliare questo tipo di film alle generazioni dei giovanissimi che sicuramente troveranno materiale di divertimento, esattamente come noi quando andavamo a vedere il film di Disney.
Cordialmente, Michele Castorina
Scritto da: Michele Castorina | 05/02/2010
un solo commento per questo film...spettacolare!!ps. non sono giovanissimo..tutto il resto e' invidia
Scritto da: Gio | 18/02/2010
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