24/11/2011
Tre scrittrici sulla fede e sulla Chiesa
di Guido Mocellin | 20 novembre 2011 http://www.toscanaoggi.it/notizia_3.php?IDCategoria=207&a...
Da Susanna Tamaro, Mariapia Veladiano e Alda Merini un contributo alla discussione sull'opinione pubblica nella Chiesa
Tre articoli di donne sulla fede e sulla Chiesa, e in tutti e tre le donne che parlano sono scrittrici. E in tutti e tre, credo, c'è, a ben vedere, un contributo a quella discussione su come si può parlare di queste cose in pubblico che non smette di animare il nostro blog. Ovvero a come si costruisce l'opinione pubblica nella Chiesa, un cantiere che (devo averlo già detto anche qui) somiglia tanto a quello della Sagrada Familia di Barcellona), e un lavoro che rientra tra le idee costitutive di questo blog.
Sentite Susanna Tamaro, intervistata da Antonio Gnoli su La Repubblica del 14, cosa dice della propria fede: «è qualcosa di misterioso: alcuni ce l'hanno, altri la trovano, altri ancora non riescono ad averla mai»; e incalzata dall'impervia domanda «E lei ce l'ha?» aggiunge: «Ogni giorno ho bisogno di mettere alla prova la mia fede. Ogni giorno non credo e so che la fede si deve nutrire col dubbio. Al tempo stesso, avendo studiato per vent'anni, con i maestri giapponesi, sono molto legata alla natura, alla concretezza del guardare. La Chiesa fa molte chiacchiere, pensa alla fede come a un'elaborazione teorica, staccata dalla fisicità. Questo è il problema».
Quando poi, non pago, Gnoli le chiede «Lei è cattolica?», risponde: «Detesto questa domanda, mi provoca un brivido», per poi chiarire: «Sono credente e praticante. C'è una grande differenza tra la Chiesa ufficiale e quella reale. Quest'ultima è una delle grandi risorse del nostro paese. Attorno ad essa si organizzano centri di eticità sociale. La Chiesa dei palazzi invece non sa parlare alla modernità perché non ne conosce la lingua».
E sentite cosa sottolinea Mariapia Veladiano, su La Repubblica del 14, nel recensire il recente lavoro di Chiara Frugoni sui due grandi santi di Assisi: «È libertà la parola che Chiara Frugoni ci consegna come sigla di questa storia. In una società costretta nella lotta per il potere e per il denaro i fratelli di Francesco e le sorelle di Chiara rifiutavano ogni onore, avevano in odio il potere, supplicavano il pontefice per conservare il "privilegio della povertà"».
«Una purezza implacabile», prosegue l'autrice di La vita accanto, «arrivava loro dal Vangelo e diventava volontà fermissima di costruire "un modello di comportamento che pacificamente si contrapponesse a quello in auge e che pacificamente lo scardinasse". Pacificamente, rinunciando anche alla violenza implicita in ogni giudizio, liberi anche dalle sante attese: "E nel Signore amali. E non pretendere che siano cristiani migliori", scrive Francesco a un ministro suo confratello turbato da chi lo accusava ingiustamente».
E infine Alda Merini: in un articolo intriso di affetto, il card. Ravasi riferisce su Il Sole 24Ore del 13 che pochi giorni prima di morire, non potendo rispondere al suo invito a partecipare all'incontro di Benedetto XVI con gli artisti nella Cappella Sistina (21 novembre 2009), la poetessa scrisse al papa una lettera, che Ravasi ricevette solo tempo dopo. E che fra le tante ricchezze contiene anche una diversa testimonianza del rapporto tra un «cristiano comune» («comune»? si può definire «comune» Alda Merini?) e il vescovo di Roma.
Ecco comunque, per chi non la vuole gustare tutta (ma è brevissima), come la presenta Ravasi: « C'è il rimando ai suoi "allievi", c'è la confessione delle colpe ("io sono un guado pieno di errori"), c'è la dimensione mistica della sua esperienza personale ("ho incontrato faccia a faccia il Signore") e c'è anche il riferimento al suo desiderio frustrato di incontrare nella Sistina il papa: "Avrei voluto venire da lei ma me l'hanno proibito per la mia salute e per riguardo ad Ella" (suggestivo questo segno di umiltà nella consapevolezza della sua "sregolatezza"). Ampio è lo spazio riservato ai sentimenti materni che hanno tormentato tutta la sua esistenza. Le righe sono quasi intrise di lacrime e striate di amarezza e si fanno fin confuse attraverso il velo della sofferenza. Ritorna alla fine la sua confessione di colpa che la fa equiparare alla Maddalena. E a suggello - al di là dell'invocazione di rito "per la malattia e la guarigione di Alda Merini" - ecco un fulminante guizzo poetico: "Abbracci le donne, sono fredde come il ghiaccio"».
15:39 Scritto da: borgosotto in libri e fede, persone | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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