21/05/2012

Fede e ragione in Padre Brown

A distanza di cento anni della prima apparizione del noto personaggio letterario creato da G. K. Chesterton

di Fabio Trevisan, 12 maggio 2012 (ZENIT.org).

A distanza di cento anni (il primo Padre Brown fu scritto dallo scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton nel 1911) ritorna con urgente attualità il delicato e centrale rapporto tra fede e ragione, richiamato con chiarezza ed autorità nella lectio magistralis di Ratisbona nel settembre 2006 da Benedetto XVI e ripreso l'anno scorso dallo stesso Papa, nella sua terra natale, a Berlino, davanti ai rappresentanti delle istituzioni politiche tedesche.

Del legame tra fede e ragione il celeberrimo sacerdote-detective inglese Padre Brown (reso in Italia brillantemente nell’adattamento televisivo del 1970 da Renato Rascel) è stata un’icona significativa.

Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), l’autore dei divertenti ed intelligenti racconti di Padre Brown, consigliabili a grandi e piccini, riteneva la questione fede-ragione ineludibile, ancor prima del suo ingresso ufficiale nella Chiesa Cattolica Romana (così amava chiamarla) nel 1922.

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07/05/2012

La letteratura e l'Assoluto: Le donne di Harumi Setouchi, monaca scrittrice

Alla scoperta dell'autrice nipponica, premiata in patria con il Premio Tanizaki (1992) e in Italia con il Nonino (2006), celebre per aver tradotto dal giapponese antico al moderno “La storia di Genji”

di Paolo Pegoraro, http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=...

Che donna, Harumi Setouchi. La singolare scrittrice giapponese – divenuta monaca buddhista con il nome di “Jakucho” – nonostante gli 89 anni si è presentata poche ore fa davanti alla sede del ministero dell’Industria di Tokyo per domandare la definitiva chiusura della centrale nucleare di Oi. Pronta a protestare con lo sciopero della fame. «Non posso lasciare il Giappone nelle condizioni di oggi alla nuova generazione», ha spiegato la monaca-scrittrice, aggiungendo di non aver mai visto il suo Paese in condizioni peggiori nella sua lunga vita.

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21/04/2012

Vito Mancuso intervistato da Corrado Augias e da Fabio Fazio

Critica e rinnovamento della coscienza cristiana

Cos’è più importante
nella vita di un uomo,
l’obbedienza o la libertà?


Vito Mancuso intervistato
da Corrado Augias e da Fabio Fazio


Vito Mancuso, editorialista de la Repubblica, scrittore e docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, il 30 marzo, è tornato in libreria con Obbedienza e libertà - Critica e rinnovamento della coscienza cristiana; dal 2011, dirige la collana editoriale Campo dei fiori
Il teologo Vito Mancuso affronta con Corrado Augias a “Le Storie - Diario Italiano”, il “tragico paradosso” della coscienza cristiana puntata trasmessa il 20.04.2012

GUARDA IL VIDEO: Le storie - Vito Mancuso

L'intervista di Fabio Fazio a "Che tempo che fa" puntata del 15 aprile 2012.
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19/04/2012

Ernesto Balducci, un maestro da riscoprire

http://temi.repubblica.it/micromega-online/ernesto-balduc...

Pubblichiamo la prefazione di don Andrea Gallo a "Siate ragionevoli chiedete l’impossibile" di Ernesto Balducci (Chiarelettere).

di don Andrea Gallo

Ernesto Balducci è stato uno straordinario testimone del Vangelo e credo che più che un personaggio da commemorare, a vent’anni dalla morte, sia un uomo da ascoltare e da studiare.

Sono stato sul monte Amiata, a Santa Fiora (Grosseto), il paese dove padre Balducci è nato nel 1922, e ho fatto il percorso dalla Badia Fiesolana a Santa Fiora come un pellegrinaggio. È proprio a Santa Fiora che avviene la «svolta antropologica», l’affermazione della centralità dell’essere umano e insieme la necessità di una vera e propria riconversione del nostro modo di pensare e di agire. Questa è una terra straordinaria, dove è ancora viva la memoria di David Lazzaretti, il «profeta dell’Amiata» ucciso nel 1878 dalla Guardia regia, come quella dei martiri fucilati durante la Resistenza mentre difendevano le miniere in cui lavoravano, minacciate dall’esercito tedesco in ritirata. «Quando più alto in me si fa il fastidio morale per questo mondo – scrive Balducci –, mi capita di tornare a quegli anni lontani, in quella piccola scuola invasa dalla tramontana, dove l’ideologia della prepotenza cercava di corromperci. Non c’è riuscita. Ma mentre Eraldo, Mauro, Luigi e gli altri hanno pagato con la vita… io, noi sopravvissuti, che andiamo facendo?»

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16/04/2012

Il mistero cristiano di Michail Bulgakov

Mikail Bulgakovdi Adriano Dell'Asta, 10.4.12, http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-il-mistero...

Anticipiamo questo articolo tratto dal numero in uscita de  "La Nuova Europa", il bimestrale della Fondazione Russia Cristiana.

Michail Afanasevic Bulgakov nasce a Kiev il 3 maggio 1891 in una famiglia profondamente unita e ospitale, sempre aperta a tutti, dove si cantava e si suonava, dove la mamma era una regina luminosa e il padre era un punto di riferimento pacificante. Afanasij Bulgakov era professore di storia della teologia occidentale (esperto in anglicanesimo) all’accademia teologica di Kiev; è attraverso questa famiglia e gli amici del padre che Bulgakov conosce il cristianesimo; e anche quando la fede verrà scossa o sembrerà scomparire, la memoria di questa atmosfera e di questa gente resterà. (...) 

Bulgakov non fa studi di carattere letterario, filosofico o teologico, studia medicina e diventa medico, esercitando anche la professione nei primi anni. Le esperienze di questo periodo sono conservate nei Ricordi di un giovane medico, dove tra le tante cose che il giovane scrittore ci trasmette ne ricordiamo due in particolare; innanzitutto che, per quanto i libri siano fondamentali, non ci trasmettono mai sino in fondo quella che è la vita nella sua completezza: «La mia ferita non assomigliava a nessun disegno», deve constatare sconsolato il giovane medico, così come altrove, deve ammettere che, nella realtà e dalla realtà, si impara che c’è qualcosa che nessun libro può insegnare: «Dalle parole staccate, dalle frasi lasciate in tronco, dai brevi cenni buttati là di sfuggita imparai la cosa più indispensabile, che non c’è in nessun libro». La seconda cosa che il giovane medico impara sul campo è che da solo non può salvare questa vita sorprendente; il suo compito come medico è esattamente questo, salvare la vita, ma, a differenza di quanto credono molti, conquistati dalle nuove potenzialità della scienza, lui non si fa nessuna illusione: è sempre lui e soltanto lui che deve mettersi in gioco e prendere le decisioni ultime, ma da solo non può fare nulla. (...)

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08/04/2012

Il cinema contemporaneo davanti all'Aldilà

di Enrique Fuster, 7.4.12, http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-il-cinema-...

Dal nuovo fascicolo del mensile Studi Cattolici, diretto a Milano da Cesare Cavalleri, proponiamo questa riflessione su alcuni aspetti poco pop ma molto alti del cinema contemporaneo.

Nel 1978 Warren Beatty diresse e interpretò come protagonista Il Paradiso può attendere. Nel film, un giocatore di football americano, Joe Pendleton, per uno sbaglio del suo «accompagnatore» (una sorta di angelo), viene portato in cielo prima del previsto. In realtà, il posto in cui arriva Joe non è esattamente il paradiso, ma una «stazione di transito» nella quale uomini e donne di età diverse aspettano in fila davanti alla scalinata di un aereo, che li porterà alla loro final destination. Tutti sono in silenzio, seri, nessuno scherza, le cose procedono come previsto, c’è un regolamento ferreo, i funzionari vestono giacca e cravatta, e appare subito chiaro che il nostro Joe è completamente fuori posto. Abbiamo detto che non è il paradiso, ma siamo comunque nell’aldilà. E questo aldilà è un luogo ordinato ma noioso, dove non capita niente di interessante, dove appunto tutto procede come previsto... eternamente. Non viene nessuna voglia di andarci. Ma si tratta di un’iconografia del cielo spesso usata in àmbito cinematografico e in altre rappresentazioni artistiche lungo i secoli. E forse anche la più intuitiva: un posto tranquillo tra le nuvole.

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25/03/2012

Grazia Deledda, il nobel dimenticato

Grazia Deleddadi Giovanni Fighera, 24.3.12, http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-grazia-del...

Scrittrice fecondissima, Grazia Deledda (1871-1936) si inserisce nella teoria dei letterati italiani che sono stati insigniti del Premio Nobel, che comprende G. Carducci (1906), L. Pirandello (1934), S. Quasimodo (1959), E. Montale (1975), Dario Fo (1997). È l’unica donna italiana presente nel novero.

Il fatto colpisce ancor più perché il Nobel le venne conferito nel 1926 prima che a Pirandello. Queste furono le ragioni del Nobel: «Per la sua ispirazione idealistica, scritta con ispirazione di plastica chiarezza della sua isola nativa con profonda comprensione degli umani problemi». Per questo interrogano sia l’oscurità in cui è caduta in questi decenni sia lo spazio pressoché assente a lei riservato negli studi superiori. Un rapido questionario condotto tra gli studenti ci testimonierebbe che quasi nessuno di loro ha mai sentito parlare della scrittrice sarda che ha composto trecentocinquanta novelle, trentacinque romanzi oltre che poesie. Molte sue opere, poi, sono state anche trasposte a livello cinematografico (tra queste Cenere, L’edera, Canne al vento).

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12/03/2012

Il volto di Gesù nel cinema e nella cultura

12 Marzo 2012

acec-gesu-progetto.jpgAnche quest’anno, l’Acec riprende il tema dell’evento internazionale promosso dal Comitato per il progetto culturale della Cei, Gesù nostro contemporaneo e promuove la realizzazione nelle Sale della comunità di manifestazioni dedicate al tema “Il volto di Gesù nel cinema e nella cultura”.

L’iniziativa è rivolta alle sale di tutta Italia; fra queste ne saranno selezionate una cinquantina impegnate a realizzare un ciclo di incontri (con film, dibattiti, spettacoli teatrali) nel periodo dal 1° aprile al 15 giugno 2012. L’inizitiva è sostenuta anche dal Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica.

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22/02/2012

Anche il grande cinema aiuta a riscoprire il silenzio

di Paolo Del Brocco, Avvenire, 22.2.12

Sintonia tra il messaggio del Papa e tre bei film 

Accade, a volte, che letteratura e cinema congiurino per offrirci un’affascinante e poetica attenzione al mondo dell’adolescenza. E proprio questo, quando me ne parlarono per la prima volta, mi affascinò subito dell’ultimo progetto realizzato da Martin Scorsese. Il libro The Invention of Hugo Cabret di Brian Selznick, e il film (in un fantastico 3D) Hugo Cabret che Scorsese ha diretto così magistralmente, sono innanzitutto un omaggio sincero e appassionato all’età dell’adolescenza. Uno dei luoghi comuni più radicati della nostra epoca è che i più giovani stiano crescendo come orfani, senza la guida e il carisma di adulti autorevoli. È uno dei tasti dolenti che anche il film focalizza in modo molto efficace. Entrambi i giovani protagonisti sono orfani e sembrano mossi proprio dal desiderio commovente di recuperare un momento di comunicazione con i genitori scomparsi. Ma la vera magia del libro e del film è tutta nella capacità inaspettata di rivoltare la storia: saranno infatti i due adolescenti alla fine a restituire agli adulti, distratti e resi cinici dalla vita, il sorriso di un sentimento autentico e pieno di speranza per il futuro. Non è poco. Credo che sia proprio questo il motivo che sta spingendo così tante persone a vedere Hugo Cabret. Al centro di analisi sociologiche che lasciano il tempo che trovano, i giovani sono troppo spesso sottovalutati.

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16/02/2012

Omero e Montale, i libri di Barsotti

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