02/03/2010
Da Lucifero a Wenders. Gli angeli (caduti) salvati da arte e cinema
di Armando Torno Corriere della Sera 1.3.10
Messaggeri, fanno da specchio ai sentimenti umani. Dopo l’intervento del card. Martini: ci uniscono all’infinito

Quasi tutte le religioni ammettono degli esseri intermedi tra Dio e l’uomo, senza un corpo così come si intende sulla terra. I loro nomi alludono alla sottigliezza dell’aria. A volte costituiscono una classe composta da buoni, da cattivi o da entrambi. I latini chiamarono una simile creatura angelus, termine che deriva dal greco ánghelos, vale a dire messaggero. E tale vocabolo, utilizzato nella Bibbia dei Settanta, fu scelto dai traduttori per l’ebraico mal’akh. Ma, al di là del nome, gli angeli hanno alle spalle secoli di dispute prima di poter volare e di manifestare la loro presenza. Nella tradizione cristiana, in particolare quella apocalittica, parliamo di Lucifero, che è uno dei nomi del diavolo. Cominciò a diffondersi con i Padri della Chiesa (Tertulliano, Girolamo, Gregorio Magno) e venne desunto da un passo del profeta Isaia: « Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra signore dei popoli? » (14,12). Il modello al quale si riferiscono le parole poteva essere fenicio o babilonese; in ogni caso i Padri hanno visto nella caduta della stella del mattino (Lucifer) un riferimento al precipizio nell’inferno di Satana, un tempo il più splendente degli angeli.
08:54
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03/11/2009
Due testimonianze in memoria di Alda Merini morta il primo novembre
Se il capitale del poeta si chiama follia
di Claudio Toscani, L'Osservatore Romano, 2-3 novembre 2009
"Il poeta non è mai solo. È sempre accompagnato dalla meraviglia del suo pensiero". Oggi, al momento della sua scomparsa, Alda Merini non ci lascia soli, ma accompagnati dalla meraviglia della sua poesia. Nata a Milano nel 1931 esordisce a soli sedici anni, sotto l'attenta guida di Angelo Romanò e Giacinto Spagnoletti, ma pubblica la sua prima raccolta nel 1953 (La presenza di Orfeo), cui seguono Paura di Dio e Nozze romane (del 1955) e Tu sei Pietro (del 1961).
Ricordo di essere entrato una sola volta nella sua casa, anni fa, come in un alveare assopito nel vigile e umoroso brusìo del caseggiato, lungo superstiti Navigli medievali, dove toni e suoni della città giungevano filtrati, fluidi, spenti. Dentro un'orgia d'oggetti nascosti come per un agguato, la sua voce "affumicata" ("c'è chi sa fare ordine e chi sa fare poesie") mi puntualizzava una consapevole e risoluta presenza nella poesia italiana del Novecento.
Moderna sibilla metropolitana, Alda Merini già dai suoi primi libri attesta vita e poesia in una sensibile trama di temi religiosi. I suoi versi stupiscono molti, da Betocchi a Pasolini, da padre Turoldo a Maria Corti, da Luciano Erba a Giovanni Raboni. Oggi il coro è unanime, ma negli anni bui degli esordi - la guerra, il lavoro nello studio di un commercialista, lo sfollamento da Milano e le stagioni da mondina a Vercelli - l'esistenza è a dir poco dura.
08:23
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27/04/2009
Quanto dista il mito dalla Bibbia
Repubblica 27.4.09
Un raffronto tra il signore di tebe e il biblico Giuseppe
I crimini di Edipo Re
di René Girard

Due "eroi" simili: ma il sovrano incestuoso è colpevole e basta mentre il figlio di Giacobbe smonta ogni inganno
L´antico testamento si oppone sempre in modo consapevole alle religioni mitologiche
Prendiamo "Caino e Abele" e "Romolo e Remo": il fratricidio è visto in modo quasi opposto
La città di Tebe è devastata dalla peste. Un oracolo religioso annuncia che il responsabile del disastro è un unico individuo che vive in città: egli ha offeso gli dei uccidendo suo padre e sposando sua madre. Si cerca il colpevole e un colpevole si trova: nientedimeno che il nuovo re. Egli non sapeva di aver commesso gli orrendi crimini che pure aveva commesso. Da bambino era stato abbandonato dai suoi genitori a causa di un oracolo, ancora, lo stesso che aveva previsto quello che più tardi sarebbe avvenuto, che cioè il bambino avrebbe un giorno ucciso suo padre e sposato sua madre. Diventato adulto, egli torna a Tebe da perfetto sconosciuto, e il vaticinio si avvera. Ancora una volta il risultato è l´espulsione di Edipo dalla sua comunità.
Esaminando questo mito da vicino, vi si scoprono alcune corrispondenze con la storia biblica di Giuseppe. Giuseppe ha dodici fratelli, Edipo nemmeno uno, ma entrambi vengono respinti dalle loro rispettive famiglie, Edipo dai genitori, Giuseppe dai fratelli. In entrambe le storie l´eroe viene espulso: prima dalla comunità a cui appartiene per diritto di nascita, poi dalla comunità che l´aveva adottato.
10:03
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15/04/2009
LE PAROLE DEL PAPA SU NIETZSCHE
La disputa fra Dioniso e il Crocifisso ha contraddistinto la storia del pensiero del secolo scorso, segnato così profondamente da Nietzsche e Heidegger. Giustamente le parole di papa Ratzinger del Giovedì santo hanno fatto discutere, ma come i pensatori cristiani durante il ’900 si sono confrontati con l’ateismo del filosofo autore di Così parlo Zarathustra? Quel Nietzsche che ha decretato la morte della metafisica in nome però di un delirio d’onnipotenza ancora più profondo; quel Nietzsche che si esalta autodefinendosi «il nuovo destino» o scrivendo: «Solo a partire da me ci sono di nuovo speranze» (Ecce homo); quel Nietzsche che vede se stesso «assiso al letto di morte del cristianesimo», affascinato da questo spettacolo «che è riservato ai prossimi due secoli d’Europa» (Aurora) e che può soddisfatto proclamare: «Cosa sono mai ancora queste chiese, se non le tombe, i monumenti funebri di Dio?» (La gaia scienza); quel Nietzsche, infine, la cui «dottrina dell’assenza della compassione del superuomo» è sensibilmente contraddetta dalla sua biografia: come pochi altri egli dovette ricorrere alla pietà nei confronti del prossimo.La critica cattolica al filosofo tedesco comincia con lo scrittore Giovanni Papini, che accusa il superuomo di Nietzsche di volersi sostituire all’umanità di Gesù, ma finendo per proclamare il declino e la morte dell’uomo stesso. Più profonda la riflessione operata da Emmanuel Mounier: per il fondatore del personalismo la sfida che Nietzsche porta al cristianesimo è essenziale ed egli si rammarica che i cristiani non la prendano sul serio. Nietzsche penetra come nessun altro all’interno della crisi della civiltà occidentale e dell’humus cristiano che l’ha permeata, rivela crudelmente ai credenti la loro infedeltà all’annuncio evangelico, la loro incapacità di vivere una fede vigorosa e piena. Mounier vede Nietzsche come un visionario incompreso: solo un cristianesimo all’altezza delle inquietanti domande nicciane può risolvere, o meglio «dissolvere, trasfigurare nella fede vissuta l’angoscia terribile posta da Zarathustra nel cuore della coscienza contemporanea» (L’affrontement chrétien, 1945).
09:37
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23/03/2009
Poeti e profeti per il XXI secolo
di Olivier Clément
in “Avvenire” del 22 marzo 2009
La bellezza dello Spirito e la luce della Pasqua come unica medicina possibile per gli eredi di Dostoevskij e di Nietzsche. Per quegli «impazienti e sempre delusi che sprofondano nell’inferno della droga, dell’erotismo, del terrorismo, della follia». Una riflessione del grande teologo ortodosso, scomparso lo scorso gennaio
IL TESTO E L’AUTORE|
presso l’Institut SaintSerge di Parigi e inizia una ricchissima produzione spirituale e culturale, per facilitare l’incontro tra l’Oriente e l’Occidente cristiani. Uomo di dialogo e interlocutore di diverse personalità spirituali del nostro tempo – dal patriarca Atenagora al fondatore della comunità ecumenica di Taizé, frère Roger – nel 1998 viene scelto da Giovanni Paolo II per scrivere le meditazioni della via crucis del Venerdì Santo al Colosseo. Clément è morto lo scorso 15 gennaio. Il testo che pubblichiamo è stato pronunciato da Clément nel maggio del 1996 all’incontro « Poeti e profeti. Parole per il nuovo millennio » organizzato al Salone del Libro di Torino da « Avvenire » . |
11:59
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02/03/2009
Bisogna aver cura anche di sè
Fonte: www.testimoni.org
L’eccesso di impegno e di lavoro a servizio del prossimo, se non si sta attenti, può portare lentamente all’esaurimento, al cosiddetto burnout. Per questo è necessario aver cura di se stessi per poter servire meglio anche il prossimo. Una persona “bruciata” non è in grado di aiutare più nessuno.

“Aver cura di sé per aiutare senza burnout” è il titolo e il messaggio centrale di un libro scritto a più mani con l’intento di invitare a prendere cura di sé e ad amarsi come condizione essenziale per star bene noi e far star bene coloro che, per vari motivi, vogliamo aiutare. Padre Luciano Sandrin, preside del Camillianum e docente di pastorale della salute alle pontificie università Gregoriana e Lateranense, sr. Nuria Calduch-Benages, docente di sacra Scrittura e di antropologia biblica alla Gregoriana, Francesco Torralba Rosellò, docente di filosofia all’università Ramon Llull di Barcellona e ricercatore all’istituto Borja di bioetica, sviluppano la riflessione in prospettiva etica, biblica, umana ed evangelica.
09:37
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10/01/2009
Baldini, elogio dell’amicizia
Fonte: www.avvenire.it 10.1.09
Uno scritto inedito del filosofo cattolico scomparso un mese fa, grande esperto di mistica, studioso delle utopie e del linguaggio
DI MASSIMO BALDINI
Nel racconto autobiografico Il piccolo Principe, Antoine de Saint- Exupéry ( 1900- 1944) dedica all’amicizia alcune illuminanti riflessioni, riflessioni che sono tutte contenute nell’episodio in cui il suo piccolo protagonista, che sta cercando degli amici, incontra la volpe, la quale vorrebbe farsi da lui « addomesticare » , vorrebbe cioè che egli divenisse suo amico.
« Se tu mi addomestichi – gli dice la volpe – noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo » . E aggiunge: « Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata » .
La volpe insegna, con dolcezza, al piccolo principe come sia importante quella cosa, da molti dimenticata, che è l’amicizia e come le amicizie, che possono essere tante, siano però anche tutte uniche. Una frase detta dalla volpe risalta sulle altre. « Gli uomini – essa afferma – non hanno più tempo per conoscere nulla.
Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici » .
L’amicizia è un sentimento gratuito, un sentimento che non si può né comprare né vendere. I mercanti di amici non esistono, né con buona pace degli uomini del ventesimo secolo, possono esistere. La ricchezza, come già videro nei secoli passati numerosi filosofi e scrittori, non serve a procurarsi gli amici, o, meglio, non serve a procurarsi i « veri » amici, ma solo a circondarsi di molti « falsi » amici. « Le amicizie fra i poveri – scrive sant’Ambrogio – per lo più sono migliori di quelle fra i ricchi; e spesso i ricchi sono senza amici, mentre i poveri ne hanno molti. Non c’è infatti vera amicizia, dove c’è ingannevole adulazione. I più cercano di compiacere i ricchi con le adulazioni; con il povero nessuno finge. Tutto ciò che si dà al povero è sincero: l’amicizia che si ha per lui è senza invidia » .
E Pietro Abelardo alcuni secoli più tardi ribadisce questo stesso concetto affermando che « chi è ricco non potrà mai sapere se i propri amici / lo sono della sua fortuna, o di sé. / Chi è povero, in questo felice, è libero da tale errore, / per questo la povertà sarebbe da preferirsi » .
L’amicizia, dunque, non appartiene alla dimensione dell’avere ma a quella dell’essere. Non si hanno molti amici, ma si è amico di molte persone. L’amicizia non è una « cosa » che si può possedere.
Dell’amicizia si può dire ciò che Fromm ha scritto sull’amore.
« Si può – egli si chiede – avere amore? Se così fosse, l’amore dovrebbe necessariamente essere una cosa, una sostanza che si può avere, custodire, possedere. La verità è che non esiste affatto l’' amore' come cosa: si tratta di un’astrazione, forse una dea o un essere di un altro mondo, benché nessuno abbia mai visto la divinità in questione. In realtà, esiste soltanto l’atto di amare; e amare è un’attività produttiva, che implica l’occuparsi dell’altro, conoscere, rispondere, accettare, godere, si tratti di una persona, di un albero, di un dipinto, di un’idea ( ... ) Dal momento che amare è un’attività produttiva, si può soltanto essere in amore o entrare in stato amoroso; ma non si può ' prendersi' un amore, espressione che denota un atteggiamento passivo » .
Brutti tempi sono quelli, per dirla con Karr, in cui gli uomini « vogliono avere un amico » , ma « nessuno si occupa di essere un amico » . Del resto, quanti si vantano di avere molti amici e, quindi, mostrano di ritenere che l’avere sia una categoria assolutamente naturale dell’esistenza umana sicuramente si sorprenderanno nell’ « apprendere che molte lingue non hanno un termine equivalente ad ' avere'. Così ad esempio in ebraico ' io ho' deve essere espresso mediante la forma indiretta jesh it (' è a me'; è mio). In effetti le lingue in cui il possesso viene espresso in questa forma anziché con l’' io ha', sono la maggioranza » .
In breve, l’amicizia è un processo di cui si è protagonisti e non un possesso. Io posso essere amico di qualcuno, ma nell’amicizia non ho, non posseggo assolutamente nulla.
Anzi, meno ho e più sono in grado di essere amico.
Da sant’Ambrogio ad Abelardo fino a Saint-Exupéry e Fromm, un itinerario che delinea i nodi principali in cui il processo speculativo ha affrontato la gratuità del sentimento
15:54
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31/12/2008
Alla ricerca della felicità, un dono da condividere
Fonte: http://www.sanpaolo.org/fc/0901fc/0901f138.htm
UN AUGURIO PER IL NUOVO ANNO CON LE PAROLE DEL CARDINALE MARTINI (e con il film di M.Leight)
«Nella mia vita», dice, «mi sono imbattuto in molte cose terribili. Ma la mia infelicità è poca cosa in confronto alla felicità».
Pauline, detta Poppy, è la protagonista del film La felicità porta fortuna. Maestra trentenne, vive a Londra, è allegra, motivata, generosa e vuole trasmettere la sua gioia di vivere anche agli altri. «Non puoi rendere felici tutti», le dice un’amica, e Poppy risponde: «Sì, però ci puoi provare». La interpreta Sally Hawkins, attrice prima semisconosciuta ora premiatissima.
Le previsioni sono fosche, soprattutto in economia. «Si vive prigionieri del pendolo: un giorno tutto va bene, il giorno dopo tutto va male», scrive Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis, che studia i nostri comportamenti sociali. E dice che la crisi può diventare una rinascita, se entrano in campo forze finora escluse dal circo del potere, come la costanza delle donne, la vitalità dei giovani, la coesione delle famiglie. Si può riscoprire che piccolo è ancora bello e la moderazione dei desideri aiuta a stare meglio, se viviamo non accanto agli altri, ma insieme agli altri.
La ricerca della felicità è un’esigenza iscritta nella nostra natura. Per la Costituzione americana è uno dei diritti fondamentali. Non serve puntare sul favore del destino o sulla benevolenza degli astri, come fa in questo inizio d’anno chi consulta gli oroscopi in cerca delle previsioni confortanti garantite dal suo segno zodiacale. Basta essere contenti di ciò che si ha, rifiutando la schiavitù a un sistema che ci induce a pretendere sempre di più, ad adeguarci ai falsi modelli gonfiati dalla Tv e dai giornali. E poi fa bene uscire dal proprio egoismo, sia aiutando il prossimo, sia condividendo gioie e sentimenti. Ha scritto il poeta libanese Khalil Gibran: «Chi ama gli altri, impara sempre qualcosa su sé stesso».
Ho cominciato con un film incantevole ma passeggero, concludo con un libro che durerà nel tempo. Il cardinale Carlo Maria Martini, biblista raffinato, per più di vent’anni arcivescovo di Mila-no, poi ritiratosi a Gerusalemme, l’ha scritto a quattro mani col suo amico padre Georg Sporschill, gesuita austriaco che porta soccorso ai bambini di strada in Romania e in Moldavia. Si intitola Conversazioni notturne a Gerusalemme, ha come sottotitolo Sul rischio della fede (Mondadori, Milano, ottobre 2008).
Leggo a pagina 15 questa confidenza del cardinale: «La mia fiducia è diventata più grande e più forte della pena. Spero che la mia fede in Dio sia abbastanza salda da vincere anche l’infelicità della malattia e la solitudine della morte. Nella mia vita mi sono imbattuto in molte cose terribili… Ma la mia infelicità è poca cosa in confronto alla felicità. La felicità va condivisa. E soprattutto: la felicità non è qualcosa che arriva o che dobbiamo solo aspettare. Dobbiamo cercarla».
Buon anno, cari lettori.
09:39
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23/12/2008
Il Libro e il Natale: L’inchiostro di Dio narra la vita (E.Bianchi)
Fonte: La Stampa – Tuttolibri, 20 dicembre 2008 http://www.monasterodibose.it/index.php/content/view/2734...

Siamo soliti accostare il libro e il Natale in base a considerazioni un po’ sbrigative e di opportunità, soprattutto quando dicendo “Natale” il pensiero corre subito ai regali. Infatti, quale dono può essere adattato al destinatario con così ampia possibilità di scelta e modica spesa? E dove, meglio che in un libro, trovare le parole per esprimere sentimenti che fatichiamo ad articolare? Tra l’altro, il ricorrere a frasi, situazioni o racconti narrati da un altro, lo scrittore, assicura al donatore una scappatoia qualora un’opinione o un’espressione dovessero risultare sgradite al ricevente.
In realtà, tra il libro e il Natale, inteso nel suo senso forte di memoria della nascita di Gesù di Nazaret, esiste un legame ben più profondo: l’analogia tra la sacra Scrittura e l’incarnazione. La lettura “credente” della Bibbia – il cui nome stesso rimanda al suo essere composta da diversi “libri” – la confessa come corpo di Cristo: “Il suo corpo è la trasmissione ininterrotta delle Scritture”, scriveva con efficace sintesi Ambrogio di Milano. Così il corpo scritturistico è considerato dai cristiani, in analogia con il corpo fisico di Cristo, come forma di incorporazione del Verbo, il Logos; come c’è stata una discesa della Parola di Dio nella carne di un uomo nato da donna, così c’è un abbassamento di quella medesima Parola in parole umane, in parole scritte in un lingua precisa, fragile come la carne umana. Per questo, come ha ricordato il concilio, “la chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso del Signore” presente nel pane e nel vino dell’eucaristia. Possiamo allora capire come nel corso dei secoli le riflessioni e le dispute sull’ispirazione e sulla traduzione possibile o meno della Scrittura non riguardassero dei semplici testi pur venerabili, ma toccassero il cuore stesso della fede cristiana.
Dovremmo ricordarcelo oggi che la Bibbia è diventata l’opera letteraria tradotta nel maggior numero di lingue, ora che tutti possono liberamente accedere all’Antico e al Nuovo Testamento nella propria lingua materna. In questo tempo del Natale, in cui i cristiani celebrano proprio il mistero dell’incarnazione, dovremmo fare memoria di questo profondo intreccio tra venuta nella carne di Gesù – che i cristiani considerano il “Figlio di Dio” – e venuta della Parola nello “sta scritto” di un libro. In questo senso è significativo che proprio a ridosso del tempo dell’Avvento, in cui i credenti rinnovano lìattesa del ritorno del loro Signore, sia uscita in Italia la nuova traduzione della Bibbia, voluta dalla Conferenza episcopale italiana per offrire ai fedeli un testo maggiormente fedele da un lato all’originale ebraico e greco e, dall’altro, al linguaggio degli uomini e delle donne del nostro tempo, linguaggio che, com’è ovvio, muta con lo scorrere del tempo.
Ma ritengo che questa analogia tra Bibbia e nascita di Gesù nella carne possa anche rendere conto di un altro dato normalmente attribuito unicamente a fattori storico-culturali: il considerare la Bibbia come il “grande codice” della nostra società occidentale. Si pensa che lo sia diventato per l’antica, capillare e duratura diffusione del cristianesimo in Europa, per la sua capacità di fornire un linguaggio di parole, gesti, immagini agevolmente intelleggibili, per la diffusione di racconti fondatori e di parabole esemplari e passibili di essere trasposte in mirabili opere d’arte. Tutto ciò è indubbiamente vero, ma credo sia altrettanto vero anche il percorso inverso: la Bibbia ha ricevuto questa accoglienza così universale – che si è estesa anche ben al di là dell’ambito occidentale e mediterraneo in cui è nata e si è diffusa originariamente – proprio perché narra di valori e realtà profondamente umane: lo fa servendosi di una lingua e una cultura particolari, certo, ma giungendo attraverso di esse al cuore dell’esistenza umana in quanto tale. Ci narra infatti dell’amore e dell’odio, della fraternità possibile e dell’inimicizia probabile, della grandezza e della miseria dell’essere umano, del confronto-scontro con la natura, con se stessi e con l’altro, dei conflitti generazionali e degli scontri culturali, della sete di libertà e del fascino del servilismo, della paura della morte e del desiderio di vita piena... Un “codice” divenuto grande non solo perché in tanti lo hanno usato, ma perché da sempre ha affrontato i grandi temi, fornendo chiavi interpretative non solo per “leggerli” ma soprattutto per vivere una vita umana ricca di senso.
Ecco a Natale facciamo memoria anche di questa “umanità” della Scrittura, di questa incarnazione di una parola di vita nelle nostre parole quotidiane. Dallo “sta scritto” di quei libri sgorga con rinnovata freschezza una speranza per tutti: l’essere umano è chiamato alla pienezza della vita, nella gioia e nella comunione.
Enzo Bianchi
10:35
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