| DI DARIO ANTISERI In una conferenza tenuta a Cattolica, il cui testo è apparso nel volume collettaneo Che cosa fanno oggi i filosofi? (Bompiani, 2002), Norberto Bobbio – di cui da poco sono iniziate le celebrazioni per i cent’anni dalla nascita – faceva presente che «non bisogna aspettarsi dalla filosofia ciò che ci si aspetta dalla scienza, cioè risposte, anche se parziali. Il compito della filosofia è porre domande, non lasciare l’uomo senza domande, e fare intendere che al di là delle risposte della scienza c’è sempre una domanda ulteriore, non appagarsi mai della risposta, per quanto ardita e geniale, dello scienziato... Anzi, in un certo senso, credevano di sapere di più sull’universo quelli che ne sapevano meno. Oggi tanto più sappiamo, tanto meno sappiamo». La filosofia, insomma, pone domande alle quali non può dare risposta. E questo perché l’orizzonte della filosofia è la totalità «e nessuna mente umana può abbracciare la totalità». Ma «proprio perché le grandi risposte non sono alla portata della nostra mente, l’uomo rimane un essere religioso, nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, tutte le affermazioni della morte di Dio, che caratterizzano l’età moderna e ancor più quella contemporanea». Non sono alla portata della mente umana le grandi risposte. Ma alla portata della mente umana sono le grandi domande. E «il compito della filosofia oggi è di tenere in vita queste grandi domande, perché impediscano alla massa degli indifferenti di divenire preda del fanatismo di pochi». La ragione filosofica ha sempre combattuto – e, dice Bobbio, deve combattere ora più che mai – due mali che sono, «da un lato, il non credere a nulla; dall’altro, la fede cieca. Insomma tener viva la fede nella ragione contro coloro che non credono neppure nella ragione, che io chiamo i meno che credenti, e contro coloro che credono senza ragionare, cioè i più che credenti. Questo è il compito umile, molto umile ma necessario, della filosofia: un compito di sentinella, più che presuntuosamente di 'guida'. La sentinella che deve stare ad ascoltare l’avvicinarsi del nemico, da qualunque parte provenga, e dare l’allarme prima che sia troppo tardi». Esiste una domanda, una richiesta di senso per la nostra vita, la storia degli uomini, l’universo intero. «L’esigenza di una risposta a queste domande c’è, queste domande ci sono. Il che spiega – afferma Norberto Bobbio – la forza della religione. Non è sufficiente dire: la religione c’è ma non dovrebbe esserci. C’è: perché c’è? Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo delle domande senza dare le risposte». Non esistono, o, almeno, non sono stati trovati procedimenti validi in grado di portare a concezioni filosofiche globali razionalmente accettabili. Non c’è, insomma, nessuna riconquista filosofica che valga. E, tuttavia, se non esistono risposte metafisiche delle quali si possa predicare una verità dimostrata, razionalmente provata e per tutti valida, esiste – ed è esistita – urgente, sempre pressante, la domanda filosofica. E la domanda filosofica è una richiesta di senso. «Richiesta di senso – ad avviso di Bobbio – significa bisogno di dare un senso alla propria vita, alle nostre azioni e alla vista di coloro verso i quali dirigiamo le nostre azioni, alla società in cui viviamo, al passato, alla storia, all’universo intero». Siamo così giunti al cuore di queste profonde riflessioni di Norberto Bobbio. Più esattamente, cosa vuol dire richiesta di senso per la nostra vita, per la storia, per l’universo intero? «Davanti a ogni più piccolo problema – spiega Bobbio – ci poniamo sempre due perché: un perché causale e un perché finale. Ovvero: 1) quali sono le cause per cui accade quello che accade? 2) perché è accaduto proprio quello che è accaduto? E non altro? O meglio: in quale disegno generale dell’universo si inserisce l’accadimento di cui conosciamo perfettamente le cause che l’hanno prodotto? In altre parole, nell’un caso si tratta di spiegare un fatto, nel secondo di giustificarlo. Il sapere scientifico, quando riesce, dà una risposta al primo perché. Non al secondo». Un bambino muore a 5 anni di cancro al cervello, dopo sofferenze che non si possono nemmeno narrare. La scienza spiega perché il bambino è morto. Ma quello che qui ci interessa è il senso di questa morte: questa sofferenza innocente sarà giustificata? Ci sarà una ricompensa «un giorno», «altrove»? Ovvero ogni sofferenza e tutti gli sforzi dei singoli e dei gruppi sono destinati a essere inghiottiti nei gorghi dell’assurdo? La richiesta di senso per l’intera storia umana è, oggi, una domanda che ha perso il suo aspetto retorico per trasformarsi in un interrogativo davvero drammatico: «Tanto più drammatico è il problema che ci troviamo di fronte [...] alla possibilità della morte totale. La morte totale verrebbe a togliere qualsiasi senso alla storia dell’umanità». Le grandi filosofie dell’Ottocento (idealismo, positivismo, marxismo) erano ottimiste: in esse sofferenze e soddisfazioni, scacchi e successi, tutto trovava senso in relazione a un’umanità – inestirpabile dalla faccia della terra, assoluta – che comunque ineluttabilmente, anche in forza di quelle sofferenze, errori e insuccessi di singoli e di gruppi, avanzava decisamente sulla strada del «progresso». Oggi questo ottimismo non ha più ragioni, non ha più radici. L’umanità può scomparire tutta; tutta la storia degli uomini può trasformarsi in un assurdo. La storia degli uomini potrebbe apparire come una storia raccontata da un idiota. E l’umanità come una muffa cosmica che appare per caso, prospera nella sofferenza, e scompare per errore, stupidità o malvagità. Dunque, «esiste un disegno generale dell’universo che possa non solo spiegare causalmente, ma giustificare finalisticamente quello che è accaduto? E se esiste, questo disegno dell’universo, qual è? Ecco – dice Bobbio – cosa significa la domanda di senso». Domanda sensata; domanda la più urgente; domanda filosofica. «Perché l’essere e non il nulla? […] Perché ci sono cose, uomini, animali, piante, stelle, galassie, in una parola il mondo e non invece il non-mondo?». Tale interrogativo, ad avviso di Bobbio, è «una richiesta di senso, che rimane senza risposta, o meglio rinvia a una risposta che mi par difficile chiamare ancora filosofica». La filosofia non salva. E qui viene spontaneo chiedersi: ma la domanda metafisica – che rinvia a una risposta che è difficile chiamare ancora filosofica – è un problema o un’invocazione? Interrogatio o solo rogatio? Invocazione, insomma, di un senso assoluto che non siamo capaci di costruire con mani umane? Aveva torto Wittgenstein quando scriveva che «pensare al senso della vita significa pregare»? *** <>l’inedito «Io, uomo di ragione ma aperto al mistero» </> | Pubblichiamo una lettera inedita di Norberto Bobbio a Dario Antiseri in risposta al volume «Credere dopo la filosofia del XX secolo». Caro Antiseri, ti ringrazio del libro, delle citazioni, e per il biglietto di auguri. Non solo per quel che riguarda la maledetta distinzione fra destra e sinistra, ma anche sul credere o non credere non andiamo del tutto d’accordo. Io non mi considero un uomo di fede. Mi considero un uomo di ragione, di una ragione piccola piccola, che non ha niente che vedere con gli «assoluti terrestri», ma è aperta al mistero, esattamente come qualsiasi uomo religioso. Un mistero, che l’uomo ha con la propria intelligenza rischiarato, ma nonostante l’enorme cammino percorso, la parte scura prevale e continuerà a prevalere su quella chiara. Anzi lo scienziato di oggi, a differenza del razionalista assoluto, più sa e più sa di non sapere. Sui massimi problemi tutt’al più formula delle ipotesi, pronto ad abbandonarle quando vengono smentite. La storia della scienza è stata raccontata come una storia di rivoluzioni di paradigmi. Scientismo e positivismo non sono più oggi filosofie dominanti. Tentativo impervio è a mio parere quello di ricavare un argomento in favore della fede in Dio dai molti casi da te citati della «sofferenza inutile». Tu stesso sai benissimo che generalmente lo spettacolo terribile e pietoso di tante sofferenze inutili, è uno dei principali argomenti per ogni forma di ateismo, uno dei maggiori ostacoli a qualsiasi forma di teodicea. Tanto più che è ben più vasto il campo della sofferenza inutile nella vita dell’uomo di quello che appare dai piccoli, dolorosi casi da te ricordati. L’uomo vive, senza averlo voluto, in un mondo che dura da milioni di anni, ed è stato per la maggior parte delle specie che vi hanno abitato inospitale se non addirittura micidiale. Recentemente, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente, il terremoto in Turchia ha fatto più vittime della guerra del Kosovo. Per non parlare delle recenti alluvioni in India e in Cina, che spazzano via in pochi minuti migliaia e migliaia di uomini e donne presi alla sprovvista. Quale sia la ragione per cui alcuni Paesi sono flagellati da simili calamità, e altri no, nessuno lo sa. E nessuno lo sa, perché nessuno può saperlo. Non lo sa l’uomo di ragione, ma non lo sa neppure l’uomo di fede. Eppure l’uomo di fede è in certo qual modo obbligato a dare una giustificazione, mentre l’uomo di ragione può farne a meno. In realtà anche per l’uomo di fede alcuni dei massimi problemi, che assillano la nostra mente durante il percorso della nostra vita, sono senza risposta. Sono, come tu stesso ammetti, un mistero. Non mi è assolutamente chiaro quale differenza ci sia tra il mistero cui si apre l’uomo di ragione e il mistero in cui è immerso lo stesso uomo di fede. Che la risposta dell’uomo di fede sia consolatoria, e Dio sia quel famoso «tappabuchi », cui tu stesso accenni, fa certamente una bella differenza rispetto alla liberazione dell’angoscia mortale cui tu ti richiami spesso da Pascal a Kierkegaard. Ma ci dobbiamo accontentare? E se quell’essere ineffabile, di cui non possiamo e non dobbiamo dire alcunché, fosse al di là del bene e del male, indifferente a ciò che per noi uomini e per qualsiasi altro essere vivente è bene o male? Non ti è mai capitato di assistere a quegli spettacoli che illustrano ciò che avviene nel più piccolo angolo del fondo del mare? Che cosa importa al Gran Visir che veleggia beato e felice sulla sua nave ammiraglia, diceva Voltaire, se muoiono i topi nella stiva? Sono domande tragiche, lo so. So anche quale risposta altrettanto tragica abbia cercato di dare il mio diletto e sventurato amico Luigi Pareyson. Sono molto stanco, non mi sento di andare oltre. Cordialmente Norberto Bobbio Torino, 18 dicembre 1999 «E se quell’essere ineffabile, di cui non possiamo e non dobbiamo dire alcunché, fosse al di là del bene e del male, indifferente?» |
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