Poeti e profeti per il XXI secolo

 «Dicono poeti e musicisti: sono in te tutte le mie sorgenti», canta un salmo. Avvertiamo che

comincia a sciogliersi la neve che copre tutte le apparenze, e che allora queste apparenze diventano

apparizioni. In questa prospettiva, accennerei dapprima alla situazione nuova che, sempre più, mi

sembra tipica del cristianesimo. Poi, ai sentieri che bisogna delimitare. Prima di mostrare che, dato

che la luce di Cristo discende nell’inferno perché l’inferno stesso diventa luogo di Pentecoste, i veri

poeti sono profeti.

Il cristianesimo del XXI secolo non sarà più, né si presenterà più come una «religione» allineata con

le altre. Si scoprirà e si affermerà come religione dello Spirito e della libertà, nello spazio cristico

che i filosofi religiosi russi – quei profeti – chiamavano, da Vladimir Solov’ev in poi, la «divinoumanità

». La «divino-umanità», è lo scopo stesso della creazione. Il divenire del cosmo – come

sottolineano oggi alcuni astrofisici –, e poi il movimento della storia gli fanno prendere forma e

tutto si ricapitola e si apre sull’avvenire con l’incarnazione, la Croce, nuovo albero di vita, la

Resurrezione e la Pentecoste.

Il cristianesimo del XXI secolo non sarà moralismo né pietismo, ma l’annuncio – che chiama ad

una santità creatrice – della vittoria di Cristo sulla morte e sull’inferno. Non potremo più evitare

quella che Léon Bloy chiamava la «pericolosa pedagogia dell’abisso». È forse ormai la sola via che

possa essere insegnata agli innumerevoli eredi (anche se non sanno di esserlo) di Dostoevskij e di

Nietzsche, agli impazienti sempre delusi che sprofondano nell’inferno della droga, dell’erotismo,

del terrorismo, della follia. Questi uomini e queste donne, discesi nelle regioni più tenebrose

dell’abisso, veri scorticati vivi, saranno raggiunti, saranno sollevati, dai gemiti dello Spirito, dalle

sue grida di gioia pasquale. Lo Spirito li proietterà non nel mondo della «salvezza» e della morale,

ma nel mondo della resurrezione e della trasfigurazione, una trasfigurazione totale dell’uomo e

dell’universo.

Così saranno chiamati non alla mistica che s’immerge nel divino come una mosca nel miele, ma a

una profezia creatrice, quella del Regno che, come dice Gesù, è allo stesso tempo tra voi e in voi.

Un Regno di cui la forza, la luce, la dignità possono fecondare gli autentici fondamenti della storia e

della cultura dell’umanità. Che cosa importa qui il numero?

Come ha detto Kazantzakis, in questa prospettiva, «un uomo può salvare l’universo intero». La

tettonica a zolle ci insegna che uno spostamento di qualche millimetro negli strati profondi della

crosta terrestre provoca un terremoto in superficie! Una spiritualità creatrice – in cui, più ci si

sprofonda in Dio, più si diventa responsabili degli uomini – costituisce la vera infrastruttura della

storia (per riprendere, rovesciandolo, il vocabolario marxista).

Nella «divino-umanità» si ricongiungeranno l’Occidente e l’Oriente cristiano, il primo mettendo di

più l’accento sull’amore attivo, sul servizio del prossimo, il secondo sulla «deificazione» come vero

segno di «salvezza».

Bisogna rifare dell’uomo una domanda, e dirgli che questa domanda non è senza risposta! Una

domanda, molte domande. Perché la bellezza? Se il rosaio fosse soltanto una macchina efficiente,

non ci sarebbe bisogno di tanti fiori. La bellezza è una profusione inutile, la gratuità di essere, un

sentimento trascendente della gioia di essere. Il punto purpureo della rosa buca lo spazio, buca la

luce talvolta grigia e piatta, verso quale altrove?

Perché la morte? O piuttosto, perché sappiamo di dover morire? Non lo sanno gli animali, la più

intelligente delle scimmie trascina il suo piccolo morto, cerca di nutrirlo, finché questa «cosa»

s’affloscia tra le sue braccia. Solo l’uomo sa che morirà e avverte la morte come contro-natura. Se

per lui la morte non è «naturale», è perché non è totalmente suo prigioniero, perché lo incalza un

altro stato, una vita più forte della morte. La sua nostalgia, il suo desiderio, persino la sua frenesia di

trasgressione e di parossismo cercano un altrove, quale altrove?

E perché l’amor e non solo il sesso? Perché la passione tragica o l’umile e buona fedeltà e non solo,

come diceva un filosofo del secolo XVIII, «lo scambio di due fantasie e il contatto di due

epidermidi»? Perché la tenerezza, talvolta, al di là del desiderio, o le metamorfosi del desiderio che

si esprime in tenerezza? Quale altrove paradisiaco si lascia presentire quando l’incontro dei corpi

non fa che prolungare la comunione tremante degli sguardi? «Così dunque ritorniamo ai corpi»,

scriveva John Donne, «così gli uomini potranno infine vedere l’Amore rivelato; i misteri d’amore

crescono in fondo alle anime, eppure il corpo resta il libro dell’Amore».

Ma non ci sono solo domande. Ci sono anche risposte. L’altrove viene a noi, si rivela. L’amore al di

là del desiderio, la bellezza al di là dell’utile, la non-naturalità della morte ci aprono alle rivelazioni

dell’altrove. Bisognerà dunque approfondire, alla luce dello Spirito Santo, il senso dell’eros, del

cosmo, della morte. Dinanzi alla povera banalizzazione dell’eros, alla rabbia di mostrare tutto e

tutto vedere, ricorderemo che l’eros può diventare il linguaggio di un vero incontro fra due persone.

Inventeremo una poetica rinnovata per l’amore e per la donna: «Un giorno», scriveva Rilke, «sarà la

donna. E questa parola «donna» non significa più solo il contrario dell’uomo, ma qualcosa di

proprio, che ha il suo valore in sé. Non più un semplice complemento, ma una forma completa della

vita, la donna nella sua umanità verace». Allora, aggiunge il poeta, l’amore diventerà «due

solitudini che s’inchinano l’una davanti all’altra».

Per ciò che riguarda il cosmo, svilupperemo le intuizioni di san Francesco d’Assisi e la

«contemplazione della natura» nell’ascesi dell’Oriente cristiano, contemplazione, dice sant’Isacco

di Siria, «dei segreti della gloria di Dio nascosta negli esseri e nelle cose». Infine diremo,

testimonieremo la vittoria pasquale sulla morte, vittoria sempre presente, sempre rinnovata.

Tra le prerogative del poeta (perciò indubbiamente egli profetizza) c’è la capacità di suscitare il

risveglio. Gli antichi asceti dicevano che il più gran peccato è l’oblio: quando l’uomo diventa

opaco, insensibile, talvolta indaffarato, talaltra poveramente sensuale, incapace di fermarsi un

istante nel silenzio, di stupirsi, di vacillare davanti all’abisso, sia per orrore oppure per giubilo.

Incapace di ribellarsi, di amare, di ammirare, di accogliere l’inconsueto degli altri e delle cose.

Insensibile alle sollecitazioni segrete, pur così frequenti, di Dio.

Interviene allora il poeta, e vorrei citare anzitutto il grande, il tragico Pasolini: «C’è per me un

vuoto nell’universo, un vuoto nell’universo, e di là tu canti». «Perciò può urlare un profeta che non

ha la forza di uccidere una mosca, e la cui forza è nella sua degradante differenza». O ancora, più

tranquillamente (in apparenza), Stephane Mallarmé: «Balbetto, straziato: la Poesia è l’espressione,

nel linguaggio umano ricondotto al suo ritmo essenziale, del senso misterioso dell’esistenza. Dà

autenticità al nostro vivere e costituisce il solo lavoro spirituale».

Così la poesia – più estesamente l’arte – ci sveglia. Ci approfondisce nell’esistenza. Fa di noi

uomini e non macchine. Rende le nostre gioie solari, le nostre ferite strazianti. Ci apre all’angoscia

e alla meraviglia. La poesia profetica di domani, nell’irraggiamento della Croce pasquale, non sarà

più questa volontà di autodeificazione, di auto-trasfigurazione, di conquista prometeica della Terra

del desiderio che ha animato l’«alchimia del verbo» in Occidente, dal romanticismo tedesco al

surrealismo: «Il vero poeta è onnisciente», diceva Novalis, «il filosofo poetico è nella condizione di

creatore assoluto», «la poesia è il reale assoluto». E Rimbaud: «Sto per svelare tutti i misteri: morte,

nascita, futuro, passato, cosmogonie, nulla. Io sono maestro in fantasmagorie». E Nietzsche: «Da

quando l’uomo si è perfettamente identificato con l’umanità, muove la natura intera», «io stesso

sono il fato e, dall’eternità, sono io che determino l’esistenza». Ma il mito della Terra del desiderio

è svanito nelle camere a gas di Hitler, nelle nevi siberiane dove tanti cadaveri sono stati

abbandonati, con una placca di legno attaccata alla caviglia.

Sappiamo, nondimeno, che molti hanno resistito recitando poemi, a se stessi o ai loro amici.

Poemi della Terra dei desideri, talora, ma spogliati del prometeismo, restituiti alla loro nostalgia

fondamentale. Poemi, anche, di certi «passatori», tra bagliori di parusia da una parte, bellezza e

orrore del mondo dall’altra. Per esempio, penso a Baudelaire, Eliot, Mandelstam, Pasternak,

Achmatova. Echi di liturgia in Pasternak: «Ma ogni carne dopo mezzanotte a un tratto farà silenzio.

La primavera diffonderà la notizia che alla prima schiarita la morte sarà alla mercé del grande

slancio della Pasqua». Umiltà dell’ultima rosa nell’Achmatova: «Signore, vedi come sono stanca di

risuscitare, di morire e di vivere. Prendi tutto: ma questa rosa rossa, che io senta ancora la sua

freschezza».

Riprendendo il discorso, spero per domani nello sviluppo di una poesia liturgica radiosa che, pur

basandosi sull’alta tradizione d’Oriente e d’Occidente in modo che si conservino nei monasteri

benedettini ed esicasti, si ricordi che Cristo non smette di discendere agli inferi e che il nichilismo

occidentale, domani planetario (gli integrismi che pretendono di resistergli in realtà non sono che il

suo specchio), sì, che il nichilismo è oggi indubbiamente l’unico luogo possibile della Resurrezione.

Questa poesia liturgica emergerà come un’alta montagna sulla quale il celeste si condensa nella

neve, giacché essa stessa fa nascere i ruscelli, le praterie e i frutteti.

Poetica delle cose, e domani del volti, poiché il mondo, il mondo di Dio e dell’uomo, il mondo del

Dio fatto uomo e dell’uomo chiamato a deificarsi, esiste solo nel campo dell’incontro di sguardi,

della comunione di volti. L’arte astratta di Kandinsky ha permesso al suo amico Alexej von

Jawlensky di accedere al mistero del volto, alle sue strutture segrete, al suo

 

lik,

dicono i russi, cioè

alla sua icona potenziale (in opposizione a licina, che significa maschera). «Sentivo il bisogno di

trovare una forma per il volto, perché avevo capito che la grande pittura non è possibile se non a chi

è fornito di un sentimento religioso. E questo potevo renderlo solo attraverso il volto umano». Tante

illuminazioni di Berdjaev, di Athénagora, più recentemente di Emmanuel Lévinas, annunciano

questa poetica del volti, e talvolta accade che alla televisione un volto di verità, di santità – nelle

ultime settimane quello di Soeur Emmanuelle, compagna degli

 

chiffoniers

del Cairo, alla televisione

francese – s’impone, in mezzo a tanti musi, becchi e grugni, come la Veronica nella

 

Via Crucis

di

Poeti e profeti per il XXI secoloultima modifica: 2009-03-23T11:59:00+01:00da borgosotto
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