Divo Barsotti maestro di volo estremo

Nato a Palaia in provincia di Pisa e diocesi di San Miniato il 25 aprile 1914 e morto a Settignano in provincia e diocesi di Firenze il 15 febbraio 2006, Divo Barsotti ha sempre affidato le sue riflessione, le sue preghiere, ma anche le sue inquietudini alle pagine di un diario. I suoi primi manoscritti risalgono al 1933 e sono continuati, a parte qualche breve periodo di interruzione, fino agli ultimi mesi del 1999.
Stefano Albertazzi (bolognese, 37 anni, sacerdote dal 2003) ci ha lavorato giorno e notte per un paio di anni e ora quasi non crede quando sfoglia le oltre quattrocento pagine di questo suo Sull’orlo di un duplice abisso (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2009, pagine 456, euro 23) il cui sottotitolo specifica:  “Teologia e spiritualità monastica nei diari di Divo Barsotti”.
Il fondatore della Comunità dei figli di Dio viveva il terrore dell’uomo che sta per precipitare nell’abisso:  “Noi cerchiamo di dimenticarlo ma viviamo questo, perché c’è la morte e, nella morte, questo abisso che è come il nulla. Invece, ecco Dio:  Lui ti porta sulle sue ali. C’è l’abisso – sì, anche quando c’è Dio c’è l’abisso – ma tu sei portato sulle ali dell’aquila… Ecco la vita dell’anima:  si vola sopra gli abissi e si va verso Dio, come l’aquila va verso il sole”.
Diviso essenzialmente in tre parti, il volume di Albertazzi si propone innanzitutto di far conoscere il profilo biografico di Barsotti, le questioni principali legate al genere letterario del diario e la particolare concezione del monachesimo, quello “interiorizzato”, “nel mondo”, mediato dai mistici e scrittori russi, primo fra tutti Dostoevskij.
“Io – scriveva Barsotti – credo che in fondo la vocazione di tutti noi sia molto grande anche se è semplice:  è una vocazione monastica vissuta nel mondo, una vocazione a un monachesimo interiorizzato, per adoperare il linguaggio di Pavel N. Evdokimov, il quale tenta con questa parola di definire quello che profeticamente Dostoevskij sentiva come la testimonianza che il cristianesimo avrebbe dovuto dare nei prossimi tempi all’umanità”. Per Barsotti il monachesimo sembra dunque coincidere con il cristianesimo tout court, un cristianesimo monastico appunto. E in questo senso, spiega Albertazzi, “la novità della visione monastica di Barsotti è innegabile”.
“Finora nessuno aveva concentrato la propria attenzione in modo così sistematico e coscienzioso sui diari”, afferma padre Jeremy Driscoll, del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo a Roma, che firma la prefazione al volume.
“La parola del diario – spiega ancora Albertazzi – è prima di tutto autobiografica, ma nello stesso tempo è teologia, mistica, preghiera, riflessione sulla vita della Chiesa e del mondo”.
Barsotti amava leggere e rileggere i suoi diari, annotando in essi le sue impressioni. Nel diario del 1981 lui stesso confessava che niente di più del diario lo aiutava nella preghiera, “in modo particolare il Diario L’acqua e la pietra. Non so se per il valore oggettivo o il fatto che in quelle pagine ritrovo me stesso, non certo quello che sono ma quello che dovrei essere”. Da qui i tanti temi che attraversano i diari:  la fede, la preghiera, il peccato, la conversione, la tensione escatologica, la morte, ma anche l’estraneità.
“Barsotti – scrive Albertazzi – ha sempre avuto un’acuta percezione del dramma dell’incomunicabilità umana, vedendo in essa una delle cause principali dell’estraneità. Egli richiama più volte l’attenzione sul paradosso dell’uomo moderno che, in un mondo inebriato davanti ai prodigi operati dai mezzi di comunicazione, vive una radicale difficoltà nel relazionarsi con gli altri. In un mondo che si illude di avere ormai raggiunto la propria maturità, non è tanto Dio ad essere divenuto inaccessibile, ma l’uomo”.
Alla fine del lungo percorso attraverso i diari, padre Stefano riesce ad offrire al lettore un ritratto fedele di Divo Barsotti, “un uomo – come dice l’autore del volume – che ci appare sospeso sull’orlo di un duplice abisso, segnato dall’esperienza della lotta, della fuga e dell’estraneità; un uomo fondamentalmente solo, letteralmente assorbito nel suo rapporto con Dio, eppure capace allo stesso tempo di creare intorno a sé una comunità, attirando attraverso i suoi scritti e la sua predicazione l’interesse di numerosi discepoli, molti dei quali hanno affermato di aver incontrato in lui un padre; un uomo – soprattutto – che nel suo rapporto con Gesù Cristo ha saputo trovare il fulcro insostituibile della sua esistenza e che è riuscito sempre a riportare a tale rapporto tutta la sua complessa e travagliata vicenda umana”.

(©L’Osservatore Romano – 28 marzo 2009)

Divo Barsotti maestro di volo estremoultima modifica: 2009-03-27T19:08:04+01:00da borgosotto
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