Il bestseller di Dio parla tedesco

Un eventuale ateismo precoce, che protesta­va contro l’opinione dominante, se do­vesse essere esistito, avrebbe avuto diffi­coltà notevolmente più grandi a espri­mersi in un’epoca che non conosceva la scrittura. Come si può, per l’amor del cie­lo, rappresentare graficamente la nega­zione dell’esistenza di un qualche «og­getto »? Nel monopolizzare i primi perio­di della storia dell’umanità a favore o con­tro la presenza di negatori di Dio bisogna perciò essere particolarmente prudenti. D’altra parte, dopo l’invenzione della scrittura, esistono documenti precoci di singole posizioni di protesta che diverge­vano da una fede generalizzata in Dio o negli déi, posizioni che, con un certo, sfor­zo, si potrebbero forse definire atee. Se vo­gliamo fare qualche progresso su questa strada, dobbiamo fare una breve pausa e perlomeno cercare di definire con mag­giore precisione il vago concetto di «atei­smo ». In epoca recente, l’ateismo in ge­nerale è la negazione di ciò che si ritene­va il concetto cristiano di Dio, la negazio­ne di un creatore onnipotente di cielo e terra che continua ad avere in mano que­sta creazione e che giudicherà gli esseri umani nell’«ultimo giorno», quando divi­derà i buoni dai cattivi, assegnando ai buoni il paradiso, ai cattivi l’inferno.

Se torniamo indietro nella storia del concet­to, ci imbattiamo però in fenomeni scon­certanti. L’accusa contro i cristiani, per e­sempio, che si opponevano alla venera­zione delle divinità di Stato e soprattutto dell’imperatore divinizzato era: ateismo. Anche Socrate, che nella sua profondità e­sistenziale non poteva prendere davvero sul serio il burlesco pullulare nel pantheon greco e come filosofo era sulla via della fe­de in un unico Dio, morì con l’accusa di ateismo. Se si volessero sondare le epoche più antiche dell’umanità con il nostro concetto odierno di Dio, dall’impronta largamente cristiana, si troverebbe un’ab­bondanza impressionante di «ateismo». Come sarebbe possibile, infatti, che allo­ra si vedesse già Dio come lo vediamo oggi? D’altra parte l’intera storia dell’uma­nità testimonia una variopinta sovrab­bondanza di fedi negli déi e in un Dio. Bi­sogna perciò stare attenti a non fare del­l’imperialismo spirituale attraverso le ma­nipolazioni dei concetti, ampliando così in maniera inappropriata il regno dell’a­teismo o della fede in Dio.

Il concetto di ateismo resta perciò vago, diventando for­se tanto più coerente e inequivocabile quanto più ci si avvicina alla nostra epo­ca. Ma nemmeno qui sono possibili op­posizioni troppo semplicistiche. «Ateismo per rispetto di Dio», ha definito il teologo Karl Rahner l’atteggiamento di alcune persone che, per quanto riguarda la loro intera condotta di vita, vivono come se Dio esistesse. Ma l’operato dei «devoti», che appare loro troppo superficiale, e al­cune ciance dei credenti ripugnano loro a tal punto che preferiscono vivere con l’autodefinizione di «atei». Per rispetto di Dio in fondo negano soltanto questa ba­raonda in nome di Dio, che è in contrad­dizione con la loro profonda esperienza religiosa personale. Il XX secolo vive, non senza ragione, l’agonia dell’ateismo rea­le. Fino a quel momento il veicolo dell’a­teismo aveva potuto prendere il proprio carburante dal progresso della scienza. Ma proprio questo progresso ora aveva portato al crollo completo dell’approvvi­gionamento di combustibile. Il Dio degli atei fu una costruzione e cam­biò volto a seconda delle esi­genze dell’epoca. Dai perso­naggi ridicoli dell’antichità pagana, passando per un Dio che ostacola la scienza e la li­bertà, fino al garante arro­gante del potere statale ed ec­clesiastico. Gli eventi intellet­tuali e politici del XX secolo hanno fatto morire il Dio de­gli atei. Ma non Dio. Perché sia stato così, è stato formula­to già nel 1862 in I miserabili, in maniera profetica, da Vic­tor Hugo, che personalmente non si considerava apparte­nente a nessuna religione: «L’ateo crede più di quanto pensi. Negare in fondo è u­na forma rabbiosa di affermazione. La breccia dimostra l’esistenza del muro. Ne­gare comunque non significa distrugge­re. Le brecce che l’ateismo apre all’infini­to assomigliano alle ferite inferte al mare da una bomba. Tutto si richiude e prose­gue ». E Dostoevskij aveva detto addirittu­ra: «Il perfetto ateo si trova in cima alla scala, sul penultimo gradino, che porta al­la fede perfetta».

Manfred LützAvvenire, 9 luglio 2009

Il bestseller di Dio parla tedescoultima modifica: 2009-07-12T11:50:27+02:00da borgosotto
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