Il libro “religioso” più forte della crisi

Soprattutto perché i librai, alle prese con problemi di liquidità, tengono un titolo fra gli scaffali il minor tempo possibile. Però il comparto si dimostra vivo, anche con l’aiuto dei testi ‘ufficiali’ o magisteriali: la nuova edizione della Bibbia Cei, per esempio, è andata molto bene e ha sostenuto le vendite nel 2008 ». Per Giorgio Raccis, presidente Uelci, « anche senza dati precisi sotto mano si può dire che lo stato patrimoniale delle case editrici, per lo meno di quelle con dimensioni medie o grandi, è buono. Sono realtà che spesso hanno alle spalle istituti religiosi o che comunque, non dovendo distribuire dividendi agli azionisti, negli anni passati, in tempi cioè in cui la concorrenza era meno forte, hanno potuto consolidarsi economicamente. Il che permette loro anche di affrontare congiunture difficili come questa ». « C’è poi – continua Raccis – una tendenza che si evince dall’indagine e che per la verità ci era già abbastanza chiara dal lavoro sul campo: la crescita della domanda libri religiosi e tra questi anche cattolici, negli ultimi otto anni. Un fatto in contro tendenza rispetto a quasi tutti gli altri settori editoriali. Tra l’altro, una domanda che vede protagonista una fascia di lettori importante, quella tra i 30 e i 45 anni, di buona scolarizzazione. Il che fa ben sperare per il futuro ». Fa ben sperare, ma allo stesso tempo rimanda al paradosso iniziale: se il libro religioso e cattolico conosce un trend positivo, se la solidità economica delle case editrici principali non è in discussione, dove sta concretamente la sofferenza denunciata da Pagani e da tanti altri colleghi? La risposta è presto data e non è propriamente una novità. È la difficoltà a ottenere spazi nelle grandi librerie laiche, sottolinea una operatrice del settore. È la vita accorciata del libro, come ribadisce il direttore delle edizioni Messaggero Padova, Massimo Maggio, per cui le ristampe diminuiscono e si impone un rinnovamento costante del catalogo (a oggi sono circa 25mila i titoli di editori cattolici in catalogo, 2717 quelli pubblicati solo nel 2008). È il fatto – fa notare Giovanni Peresson – che anche il libro religioso, come accade per gli altri generi, è sempre più vissuto come un “normale” bene di consumo, per cui è soggetto alla propensione a spendere o meno dei consumatori/ lettori. Ed è sempre più influenzato dall’effetto traino che hanno i bestseller, con il conseguente calo di vendite quando non ci sono fenomeni editoriali in campo. Infine, spiega padre Gilberto Zini delle edizioni Ancora, è la difficoltà a vivere da pesci piccoli in un mare dove la selezione naturale è spietata. A questo riguardo, forse il vero punto dolente, commenta Raccis: « L’analisi dei punti di criticità deve indurre certamente a interventi di razionalizzazione e di efficienza aziendale. La fase del ‘volontarismo’ nel mondo cattolico è stata ampiamente superata, ma resta la tendenza a difendere la propria indipendenza, il proprio limitato spazio di azione, con una difesa alle volte di bandiera e che deve essere rivista. L’editoria cattolica è stata antesignana nel passato dei processi di integrazione tra casa editrice, distribuzione e libreria. Ora è necessario colmare il ritardo che si è creato con il mondo editoriale più organizzato e cercare di raggiungere quella ‘massa critica’ che è indispensabile per stare sul mercato ».

 

Uno dei doni più grandi è quello di riuscire sempre a mantenersi liberi, pensando e agendo responsabilmente con la propria testa. Meglio se applicando anche la raccomandazione di san Paolo: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21). Il problema è che, se è difficile non lasciarsi influenzare e condizionare dalla società in cui si vive anche da parte di chi può opporre difese culturali ed etiche solide, si può ben immaginare quanto rischi di cadere completamente in balìa delle «regole del mercato» chi non abbia uno spirito critico sufficiente per contrastarle. In questi giorni si è molto parlato delle recenti acquisizioni e alleanze del Gruppo editoriale Mauri Spagnol (che fa parte a sua volta del Gruppo Messaggerie italiane): terzo polo editoriale dopo Mondadori e RCS. E naturalmente si è tornato a parlare di concentrazioni e dei loro pericoli per il «pluralismo dell’informazione». Pericoli che però non risiedono, per quanto riguarda i libri, nel fatto che la programmazione editoriale dei marchi acquisiti non sia più indipendente e libera come lo era prima di passare sotto un ombrello più grande, ma perché cambia la loro logica commerciale, informativa e mediatica, nell’interazione con quella di tutto il Gruppo. Le acquisizioni non si fanno perché qualcuno ha deciso che è venuto il momento di farsi comprare, ma perché chi acquista individua in un determinato marchio un tassello importante del mosaico che intende costruire e colloca quindi l’operazione in una precisa casella della sua visione strategica: che è quella di occupare spazi di mercato e di cultura, in più ambiti operativi. Ora però, che cosa succede, anche in presenza di assoluta autonomia editoriale: che si innescano processi e dinamiche editoriali, commerciali e distributive, che finiscono con l’incidere fortemente sull’andamento delle vendite, sulle classifiche, sui comportamenti di consumo, sul sistema culturale e dell’informazione (specialmente televisivo, sempre più importante per il successo). Di riflesso, anche il pubblico non può non entrare nella spirale avvolgente di quello che sente, vede e trova, e non restarne condizionato, se non proprio dominato. Si verifica di fatto questa situazione, esemplificata dai dati: il 57,9% delle quote di mercato a valore in libreria è realizzato da cinque soggetti (Gruppi Mondadori, RCS, GeMS, Feltrinelli, Giunti); su 90 best-seller degli anni 2000-2008, 80 si pubblicano a Milano, quasi tutti da parte degli stessi Gruppi (43 Mondadori, 20 RCS, 8 GeMS, 6 Feltrinelli, 3 Baldini e Castoldi Dalai), con Sellerio (9 titoli) e Fazi (1) come outsiders; e soprattutto il 12% circa dei titoli che si vendono in un anno in libreria rappresenta l’80% delle vendite. Il cerchio, dunque si stringe; il mercato si radicalizza a vari livelli. Ecco allora che queste cifre mettono in evidenza – oltre alla necessità del buon funzionamento delle leggi già esistenti che regolano il controllo delle posizioni dominanti – anche il bisogno di una politica del libro e, per quanto riguarda la Chiesa, di una pastorale della lettura che sappiano dare orientamenti e strumenti informativi utili, perché le possibilità di scelta siano le più larghe e consapevoli, pur nelle inevitabili logiche di mercato che si sono descritte.

Il libro “religioso” più forte della crisiultima modifica: 2009-07-15T19:16:35+02:00da borgosotto
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