Discorsi su un dio perduto

Sono bambine – più Caterina che Margherita: Caterina è più bambina che Margherita perché ha la debolezza tipica del fratello maggiore, di chi ha l’incombenza di coprire dalle brutture del mondo il personaggio supposto debole, senza capirle ma intuendole appieno. Un altro più.
Sono meridionali, e sono meridionali al nord. Un nuovo più (un più che chiederebbe un lunghissimo pezzo sulla bestialità della canzone dell’eurodeputato Salvini. Ma lasciamo queste considerazioni ad altre sedi). Rosella ha scritto la voce Terrone nel Dizionario affettivo della lingua italiana, e questa debolezza la connota bene, indicandola come debolezza da cui ci si vuole affrancare come i giudici neri degli States, più severi di quelli bianchi nei confronti di poveri di colore (compagni di razza ma non di censo: ed è al censo, che ambivano). Un più.
E sono vicine al mondo della malavita, ma dalla parte sbagliata: non da chi il destino se lo scrive e se lo subisce, e se volano proiettili sanno che un paio di quelli son per loro, né da chi (vengono alla mente le immagini del suonatore di fisarmonica rumeno di qualche settimana fa) cammina per la strada e inciampa in uno sparo criminale. No. Caterina sta dalla parte di chi il destino non se l’è scelto ma è impigliato in una rete di destini altrui, rete di destini in cui, per motivi trasversali, si può inciampare e cadere. Ed ecco che la bambina mafiosa camorrista un po’ si sente e un po’ no, e non lo vuole essere, e il suo perdere Dio è più un perderlo per mani inavvertitamente aperte mentre lo si stringeva, o si cercava d’afferrarlo, che per reali volontà, reali indirizzi di vita.
È un libro religioso perché, secondo il Vangelo, il lieto annunzio viene per lei.
Eppure Caterina questo annunzio lieto non lo cerca né lo vuole. Cerca una quotidianità, uno spiraglio di normalità, cerca ciò che chi ha sofferto conosce bene: una candelina sulla torta che ricordi che di te ci si è ricordati, un regalo di compleanno che non sia standardizzato o doppio o adatto a quel che si era un anno prima, non ora. E allora quel Come una bestemmia (titolo della prima parte), passatemelo, diventa una bestemmia religiosa, piena di senso, piena del senso di autoinutilità di chi vede la gente attorno spostarsi come il tennista che pensa che la pallina cada fuori e alza le mani, e se cade dentro pazienza, e pazienza che la pallina sei tu e che in quel cadere dentro o fuori ci metti la vita. Quella bestemmia è la bestemmia dei grandi bestemmiatori, di chi in Dio vede un interlocutore e ha ormai solo quel modo per chiamarlo; non quella povera dei ragazzotti che ne fanno un’interlocuzione banale e vile, né di chi si fa formica gigante in un mondo di formiche.
Un altro appunto è sul titolo della terza parte. Non sottovalutare le conseguenze dell’amore è, lo sappiamo, l’appunto che il sempiterno Titta di Girolamo si appunta nel quasi omonimo film di Paolo Sorrentino. Se lo appunta in un momento quasi casuale del film, un momento che non ti aspetti, quando nel bar (vado a memoria) vede la cameriera uscire, o cambiarsi, o che. Resta quell’appunto, che lo spettatore continua a macinare in testa – e macerare – per capire cosa c’entri in quel luogo, lì, il titolo del film.
Eppure quali sono le conseguenze dell’amore?
Non lo so, ma so che le conseguenze dell’amore sono pericolose. Ecco perché Titta di Girolamo (che mi ha ricordato in quel film lo strepitoso Michael Douglas di The game) si segna quell’appunto: perché si muove bene dove c’è il male, e invece si dibatte nel bene.
In questo confronto tra il male e il bene, confronto che Caterina non può che affrontare con amici che altri non vedono, moltiplicando le sue magiche Emy, i suoi maghi Johnny, esplorando cavità temporali che Rosella riesce a rivedere e ripassare con un senso non solo del dettaglio ma anche della sintesi tipica di quell’età (e mi chiedo come abbia fatto), Caterina non ne può uscire che perdente.
È questa la sua salvezza, come la salvezza di Anna Frank (citata nell’opera e nelle sue recensioni): restare in una foto sorridente e in un documento che resti a futura memoria, che fronteggi l’ineffabile forza.
Un ultimo poscritto riguarda lo stile. Lo stile del libro, la scelta della punteggiatura, la scelta delle parole, persino il tentativo, peraltro riuscito, di divincolarsi (o meglio, di saltare come il buon Cosimo Piovasco di Rondò) in lingue, gerghi e dialetti diversi mi hanno dato l’idea di una maturità da parte di Rosella che, ammetto, non credevo. Non credevo non per Rosella, che so brava, ma per la difficoltà della prova: perché scrivere senza cadere in quello che potremmo chiamare l’incricco linguistico, ossia nell’errore gergale (un dialetto dove dovrebbe esserci un italiano, un giovanilismo dove non ci sta, ad esempio) è cosa tutt’altro che facilmente gestibile e che ha visto cadere recentemente autori che pur mi piacevano. È cosa, lasciatemi dire, da timonieri esperti in mezzo ad una tempesta, che sappiano ad occhio dove siano gli scogli e che con forti colpi riescono a tenere la via.
Una sola sfida per l’autrice mi è venuta in mente, leggendo: se fossi il suo editor (e non lo sono) le consiglierei nella prossima prova di lasciare liberi i cavalli della scrittura.
Darà l’impressione di un minore controllo, ma alla sua/quasi nostra età non è necessariamente un male.

Fonte: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2009/07/12/discorsi-su-un-dio-perduto/

Discorsi su un dio perdutoultima modifica: 2009-07-19T15:06:23+02:00da borgosotto
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