La magia non è più un gioco sorprendente

Nei corridoi della scuola l’amore è nell’aria, ma la tragedia incombe e forse Hogwarts – che non appare più come un rifugio sicuro – non sarà più la stessa. Uno studente rimane in disparte, alle prese con questioni molto più importanti, determinato a lasciare un segno, anche se oscuro. È Draco Malfoy, chiamato da Lord Voldemort stesso a compiere una missione enorme, decisamente troppo per la sua età. Ma Draco – che dietro la maschera da duro cela una personalità fragile e vulnerabile – accetta:  vuole la fama, per vendicarsi del suo rivale di sempre, Harry Potter. Il quale sospetta che nel castello si nascondano nuovi pericoli; è convinto che Draco sia diventato un Mangiamorte. 
Il preside, il saggio professor Silente, intanto sente avvicinarsi la battaglia finale. E si rivolge a Harry – ormai definitivamente riconosciuto come il prescelto per sconfiggere Voldemort – affinché lo aiuti a scoprire come penetrare nelle difese del signore oscuro, informazione fondamentale, questa, che solo l’ex professore di pozioni a Hogwarts, Horace Lumacorno (splendidamente impersonato da Jim Broadbent), conosce e custodisce tra le memorie rimosse del suo passato. Quindi Silente fa in modo di convincere il vecchio collega a riprendere la sua cattedra. 
Tra schermaglie amorose e partite di Quidditch, la storia procede tra i tentativi di Harry Potter di accaparrarsi la fiducia del professore e la successiva ricerca del segreto dell’immortalità di Voldemort, che lo porterà persino in una sorta di discesa nell’Ade, dopo aver attraversato su una barca (senza Caronte) un fiume che richiama l’Acheronte. Al termine dell’episodio scopriremo – come ben sanno gli appassionati lettori della saga – che il giovane mago rimarrà solo nella sua battaglia, dopo un tragico passaggio di consegne. Ma per sapere se riuscirà a portare a compimento la sua missione bisognerà attendere i prossimi due film in cui è stato diviso l’ultimo libro di Rowling. 
In questo lungometraggio, più che nei precedenti, gli intrecci narrativi da seguire sono diversi. La psicologia dei personaggi prende una forma più precisa. Nel quinto capitolo Harry viveva un periodo difficile, tormentato da sogni e da demoni personali, nel ricordo dei genitori uccisi da Voldemort. Ed era alla ricerca di risposte. Ora sembra non averne bisogno. Non si fa troppe domande; sa che ha un compito importante da svolgere. Si fida di Silente, che non lo tratta più come un alunno ma come un amico. Ed è consapevole che quel mondo magico non è privo di insidie, al pari di quello in cui è cresciuto in passato. 
Le cupe immagini di Hogwarts, che visivamente si presenta in un modo finora ignoto, rendono ancora più incombente la tragedia che sta per consumarsi. Tutto sembra preparare e portare allo scontro finale tra il bene e il male. Che poi restano i veri protagonisti dell’intera saga, attorno alla quale in passato si sono accesi non pochi dibattiti. È stata chiamata in causa la spiritualità new age; non è mancata l’accusa di istigare i giovani alla fuga dalla realtà e di instillare in loro l’illusione che esistano poteri soprannaturali con i quali poter controllare a proprio piacimento il mondo. Insomma una saga diseducativa e persino anticristiana. 
Sicuramente nella visione proposta da Rowling manca un riferimento alla trascendenza, a un disegno provvidenziale nel quale gli uomini vivono le loro storie personali e la Storia prende forma. Così come è vero che, nel meccanismo classico delle fiabe, il protagonista viene coinvolto in vicende in cui la magia è quasi sempre uno strumento nelle mani delle schiere del male. Tuttavia il fatto che in Harry Potter il versante positivo della magia non venga impersonato da saggi maghi e fate in cui identificare chiaramente l’opera della Provvidenza non rende meno evidente la differenza tra le forze in campo. 
Allo stesso modo non si può affermare che la stregoneria – ma in questo caso sarebbe meglio parlare di magia – venga posta come un ideale positivo. Al contrario sembra ben chiara la linea di demarcazione tra chi opera il bene e chi compie il male, e l’identificazione del lettore e dello spettatore non fa fatica a indirizzarsi verso i primi. In quest’ultimo film in particolare la distinzione si fa persino più netta. Si è certi che compiere il bene è la cosa giusta da fare. E si comprende anche come questo a volte costi fatica, sacrificio. 
Inoltre viene stigmatizzata la ricerca spasmodica dell’immortalità, di cui Voldemort è l’emblema. E per questo non serve il ricorso alla magia. C’è una saggezza atavica che suggerisce di non cedere ai richiami di una impossibile eterna felicità sulla terra e all’illusione che tutto sia possibile. 
Le metaletture di questa favola fantasy trascendono, a volte, le reali intenzioni dell’autrice, che cerca solo di voler smascherare – questo sì – il mito di una ragione che pretende di avere una risposta per tutto. Sicuramente vanno oltre le interpretazioni che possono darne un bambino o un adolescente. È più probabile che alla fine della visione o della lettura, più che il fascino della magia (che rimane solo un pretesto ammaliatore) restino le scene che richiamano valori come l’amicizia, l’altruismo, la lealtà, il dono di sé. 
In fin dei conti basta ricordare ciò che, nel primo episodio, il guardiacaccia Hagrid risponde a Harry Potter che gli chiede a cosa serva un ministero della magia:  “Be’, il compito più importante è non far sapere ai Babbani che in giro per il Paese ci sono ancora streghe e maghi”. “E perché?” “Perché? Ma dai, Harry, perché tutti allora vogliono risolvere i loro problemi con la magia”. 

(©L’Osservatore Romano – 13-14 luglio 2009)

La magia non è più un gioco sorprendenteultima modifica: 2009-07-19T15:09:28+02:00da borgosotto
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