Ricordo dello scrittore Frank McCourt

Prima, in Irlanda, fu un bambino denutrito e malato, sebbene mai disperato. Poi un giovane adulto che riuscì a sopravvivere a New York tra mille lavori e altrettante difficoltà, fin alla partenza come volontario per la Corea. Successivamente, grazie alla legge per i reduci, divenne studente universitario, pur non avendo fatto le superiori. Quindi McCourt fu per quasi trent’anni un battagliero e anticonformista insegnante nelle scuole superiori, arrivando infine ad essere scrittore di successo, amato dalla critica e dal pubblico – tra l’altro, nel 2002 ha ricevuto The Action Against Hunger Humanitarian Award. Questa vita, decisamente avventurosa, è l’oggetto dei suoi romanzi, rispettivamente Le ceneri di Angela (l’infanzia) Che paese, l’America (la faticosa realizzazione dei suoi sogni, dal diploma universitario alle nozze con Alberta) ed Ehi, prof! (i lunghi anni di insegnamento tra tanti ostacoli e qualche vittoria). L’ultimo, Angela e Gesù Bambino, è invece una storia per bambini che la madre aveva spesso raccontato ai figli:  a sei anni, a Natale, Angela decide di prendersi cura di Gesù Bambino, rubandolo dalla gelida chiesa per metterlo al caldo.
La grande notorietà è legata a Le ceneri di Angela, pubblicato nel 1996:  McCourt ottenne un successo mondiale e vinse il Pulitzer – il romanzo diverrà poi l’omonimo film con Emily Watson, diretto da Alan Parker. La narrazione inizia nel 1934 quando i coniugi McCourt compiono a ritroso il viaggio della speranza di tanti emigranti, lasciando la Grande Mela per far ritorno nell’isola natale:  “Era meglio se i miei restavano a New York dove si erano conosciuti e sposati e dove sono nato io. Invece se ne tornarono in Irlanda che avevo quattro anni”. La famiglia, composta da un baule e quattro figli – a Frank sono seguiti Malachy e i gemelli Oliver e Eugene – lascia negli Stati Uniti Margaret, la sola amatissima femmina morta “pupetta” a 21 giorni – da cui la figlia di McCourt prenderà il nome. Nel tempo, la composizione della famiglia cambierà ancora:  i gemelli moriranno di stenti a sei mesi di distanza l’uno dall’altro, a Limerick; e sempre in Irlanda nasceranno Michael e Alphonsus.
Il tratto caratteristico de Le ceneri di Angela è la narrazione in prima persona del piccolo Frank, una narrazione al confine tra la tragedia di quei difficilissimi anni e la comicità innata del loro protagonista, accentuata dal tipico atteggiamento infantile di prendere tutto terribilmente alla lettera, nel bene come nel male.
Domande, desideri, obiezioni, perfino gli insegnamenti, sono letterali. È attraverso gli occhi del bambino che seguiamo questa disperata famiglia dalla povertà americana alla povertà ancor più nera dell’Irlanda degli anni Trenta e Quaranta. Il vero dramma però è che, nonostante i lutti e la sofferenza, le malattie e la fame, il padre non cambia né al di qua, né al di là dell’Oceano:  alcolizzato, continua inesorabilmente a bere consumando i soldi della famiglia, finché l’abbandona definitivamente – “ha preferito la bottiglia ai bambini”. Qualcuno ha addirittura osservato che, nonostante il titolo, nonostante sia Angela che riuscirà a salvare i figli superstiti, il perno del romanzo sarebbe il padre, centrale nella crescita di Frank, non solo in negativo. È lui che cerca di insegnare ai figli a essere irlandesi, anche se per lo più in modo distorto:  quando si ubriaca, li sveglia nel cuore della notte cantando canzoni patriottiche, mettendoli in fila indiana e facendoli promettere che moriranno per il loro paese “alla prima occasione”; è lui che racconta le storie, che a volte li aiuta nei compiti e fa dir loro le preghiere della sera. Ma, pur nell’amore, l’uomo vive in un mondo tutto suo. Nell’ultima scena prima dell’abbandono definitivo, torna dall’Inghilterra con una scatola di caramelle:  poi i bambini la aprono e scoprono che ne ha mangiate la metà.
Eppure, nonostante i tre milioni e mezzo di copie venduti solo negli USA e le traduzioni in 30 lingue, Le ceneri di Angela non piacque a tutti. Certo infastidì non poco alcuni abitanti e nativi di Limerick per l’immagine degradata della cittadina che ne risulta. Un ex compagno di scuola di Frank fece letteralmente il libro a pezzi durante una presentazione e vi fu bisogno di tenere a bada i dimostranti quando McCourt visitò la Limerick University. L’attore Richard Harris scrisse una lettera di fuoco a “The Times”, mentre il quotidiano locale, il “Limerick Leader”, pubblicò una foto che ritraeva un florido e sanissimo Frank – insieme con il fratello Malachy – sorridente nella sua uniforme scout – mentre in un’altra, Angela appare inconfutabilmente in carne.
Al di là delle critiche più o meno pertinenti, leggendo negli anni le pagine di McCourt, da tanti paragonato a Dickens, in particolare al Dickens di Great Expectations e di David Copperfield, due tratti in particolare ci hanno incuriosito.
Il primo è legato al profondo e radicato amore per i libri che, pur nell’indigenza e nelle peripezie, ha sempre accompagnato Frank, rappresentando spesso un rifugio sicuro. Se fu in Irlanda che il vecchio e cieco Mr Timoney – a cui il bambino leggeva a voce alta il sabato mattina per sei penny – gli fece scoprire il fascino e la forza dei libri, se è nella nave che lo porta a New York nel 1949 che incontra Delitto e castigo, rimane memorabile la scena in cui Frank, raggiunta la Fifth Avenue, sale la scalinata con i due grandi leoni in pietra che porta alla celebre biblioteca cittadina.
Inoltre nelle pagine di McCourt ritorna molto spesso il senso doloroso di quanto profondamente gli altri ti percepiscano diverso. Quando bambino arriva in Irlanda, tutti lo bollano come un piccolo yankee (“ma siete gangster o cowboy?”), mentre poi tornato a New York lo classificano come irlandese, invitandolo a stare tra i suoi simili. “Essere americani non basta. Bisogna essere sempre anche qualcos’altro, irlandesi-americani, tedesco-americani, sicché viene da chiedersi come sarebbero andati avanti se qualcuno non avesse inventato il trattino”. Al di là dell’ironia, del resto, la sensibilità verso l’integrazione caratterizzerà anche i suoi anni di insegnamento.
Sempre  in Che paese, l’America, McCourt scrive “vorrei essere irlandese quando si canta o si recita una poesia e americano quando insegno. Vorrei essere irlandese-americano o americano-irlandese, ma so che per me essere due cose contemporaneamente è impossibile anche se Francis Scott Fitzgerald diceva che la capacità di intrattenere nello stesso tempo dei pensieri opposti è indice d’intelligenza”.

(©L’Osservatore Romano – 24 luglio 2009)

Ricordo dello scrittore Frank McCourtultima modifica: 2009-07-24T08:06:00+02:00da borgosotto
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