Artisti. Decoratori o cercatori di Dio?

L’INCONTRO IN SISTINA


 A 45 anni dal celebre discorso che Paolo VI tenne agli artisti nella Cappella Sistina – e a 10 anni dall’altrettanto celebre Lettera che nell’aprile del ’99 indirizzò agli artisti Giovanni Paolo II – Benedetto XVI si prepara a rivivere un analogo incontro sabato 21 novembre, sempre nella Cappella Sistina, con una rappresentanza internazionale di esponenti di ogni settore dell’arte. Oltre 500 gli artisti contattati – un numero molto ampio nonostante le limitazioni di capienza imposte dalla Sistina. Come ha spiegato monsignor Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura, nel presentare alla stampa l’iniziativa: «I soggetti che sono

Studente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana, ero anch’io in Piazza San Pietro l’8 dicembre 1965, quando i Padri a chiusura del Concilio Vaticano II lanciarono, tra i vari messaggi alle diverse categorie sociali e professionali, queste parole agli artisti: «Il mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza per non oscurarsi nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che mette la gioia nel cuore degli uomini, è il frutto prezioso che resiste all’usura del tempo, che unisce le generazioni e le congiunge nell’ammirazione. E ciò grazie alle vostre mani». Alle spalle di quel momento solenne c’era un altro evento che l’anno prima avevo seguito solo dall’esterno, vedendo alcune figure importanti della cultura (ho ancor oggi in mente il profilo scavato di Eduardo De Filippo…) che uscivano dalla Cappella Sistina. Là erano stati convocati il 7 maggio 1964 da Paolo VI, che a loro aveva rivolto un appassionato discorso nel quale proponeva di ristabilire una nuova alleanza tra arte e fede, sulla scia di un passato glorioso e nella consapevolezza che la grande sfida dell’artista è quella di «carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità».
  Passarono vari anni e nella Pasqua del 1999 Giovanni Paolo II indirizzò una Lettera agli artisti perché con loro si rinverdisse «quel fecondo colloquio che in duemila anni di storia non si è mai interrotto…, un dialogo non dettato solamente da circostanze storiche o da motivi funzionali, ma radicato nell’essenza stessa sia dell’esperienza religiosa sia della creazione artistica». Proprio su questo giornale era toccato a me commentare allora quel testo, mostrandone non solo la sorprendente filigrana di rimandi culturali, ma anche il fondamento teologico che permetteva di esaltare la parentela intima tra la fede cristiana e l’arte. Ora, a distanza di dieci anni, ecco la decisione di Benedetto XVI di incontrare di nuovo gli artisti nella cornice della Sistina, una scelta che mi vede direttamente coinvolto nella mia attuale funzione di presidente dei dicasteri vaticani destinati al confronto con la cultura e col grandioso patrimonio artistico fiorito nei secoli.
  Senza esitazione, infatti, potremmo ripetere l’appello che nell’VIII secolo il cantore delle immagini sacre, san Giovanni Damasceno, rivolgeva ai cristiani: «Se un pagano viene e ti dice: ‘Mostrami la tua fede!’, tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei sacri quadri».
  Questo vincolo così stretto – lo si deve realisticamente riconoscere – a partire dal secolo scorso si è allentato fino al punto di infrangersi. Da un lato, in ambito ecclesiale si è spesso ricorsi al ricalco di moduli, di stili e di generi delle epoche precedenti, oppure ci si è orientati all’adozione del più semplice artigianato o, peggio, ci si è adattati alla bruttezza che imperversa nei nuovi quartieri urbani e nell’edilizia aggressiva innalzando edifici sacri simili, come sarcasticamente diceva padre Turoldo, a garage sacrali ove è parcheggiato Dio e vengono allineati i fedeli. Per fortuna non sempre avviene così, ed è proprio l’architettura ad attestare un sussulto di originalità e di creatività, sia pure a livello di eccezione.
  D’altro lato, però, l’arte ha imboccato le vie della città secolare, archiviando i temi religiosi, i simboli, le narrazioni, le figure e tutto quel «grande codice» che era stata la Bibbia. Ha abbandonato come pericolosa ogni proposta di un messaggio,
considerandolo un capestro ideologico, si è consacrata a esercizi stilistici sempre più elaborati e provocatori, si è rinchiusa nel cerchio dell’autoreferenzialità, si è affidata a una critica esoterica incomprensibile ai più, e si è asservita alle mode e alle esigenze di un mercato non di rado artificioso ed eccessivo. Un po’ di verità c’era nella definizione coniata da Henri Meyers a proposito dell’artista contemporaneo: «Un uomo che non prostituisce mai la sua arte, eccetto che per denaro». Riconosciute le colpe reciproche che hanno divaricato sempre più fede e arte, è necessario ora andare oltre i sospetti e ritornare a incontrarsi proprio come accadrà il prossimo 21 novembre davanti all’emozionante fondale michelangiolesco della Sistina. Sarà appunto il Papa a lanciare la prima battuta di un dialogo che attende la risposta libera e creativa degli artisti, i quali naturalmente parleranno con le loro opere.
  Noi ora non vogliamo ripercorrere l’itinerario che è alle nostre spalle, il cui fulgore è visibile in ogni città europea, né desideriamo ritornare sulle ragioni teologiche di questo incontro tra arte e fede: esso ha il suo cuore nell’Incarnazione che, come scriveva san Paolo ai Colossesi (1,15), rende visibile il Dio invisibile nel volto di Cristo,
eikôn, «icona-immagine» divina perfetta. Nel IX secolo un teologo della Chiesa d’Oriente, Teodoro Studita, non esitava ad affermare che «se l’arte non potesse rappresentare Cristo, vorrebbe dire che il Verbo non si è incarnato». Non è neppure nostra intenzione mettere sul tappeto l’insonne questione della definizione e dell’identificazione dell’arte sacra, di quella liturgica, o dell’arte più genericamente spirituale. Noi ora vorremmo, invece, proprio attraverso la voce di famosi artisti (e quando usiamo questo termine si rimanda non solo alle arti figurative classiche, ma anche alla letteratura, alla musica, al cinema, all’architettura, alla video-art e così via), isolare alcune consonanze radicali e strutturali tra fede e arte, pur consapevoli che molti oggi le esorcizzano o le ignorano.
  Innanzitutto arte e fede tendono verso l’assoluto, cercano di esprimere l’ineffabile, di ‘costringere’ l’infinito e l’eterno nello stampo della parola, della forma, dell’immagine, del suono. «L’arte è l’Ignoto», diceva il poeta francese Jules Laforgue nei suoi
Lamenti lirici , e Joan Miró era consapevole che l’opera dell’artista non è quella di rappresentare il visibile ma di introdurci nell’invisibile, tant’è vero che anche l’arido taglio della tela compiuto da Lucio Fontana simbolicamente era «uno spiraglio per intravedere l’Assoluto». Credere e creare sono due atti fondamentali che l’uomo adotta per raggiungere la trascendenza, come affermava suggestivamente il poeta Paul Valéry, quando scriveva nei Cattivi pensieri che «il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà».
  A questo futuro perfetto, all’assoluto cercato dall’uomo la fede dà il nome di Dio che talora è esplicitamente riconosciuto come propria meta anche dallo stesso artista.
 

B
ach, sommo musicista e grande credente, non aveva dubbi quando poneva in capo alle sue partiture la sigla SDG,
Soli Deo gloria , e dichiarava: «Il finis e la causa finale della musica non dovrebbero mai essere altro che la gloria di Dio e la ricreazione della mente».
  Lapidario Hermann Hesse nel suo saggio su
Klein e Wagner : «Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio».
  In questa luce, arte e fede fanno germogliare e custodiscono nel loro grembo un messaggio, una verità alta ed efficace; non interpretano soltanto, ma rivelano e «creano un mondo», per usare un’espressione del filosofo Martin Heidegger. La loro funzione è epifanica, irradiano una luce che le ha percorse.
  Significative sono le parole di Kafka nei suoi
Preparativi di nozze in campagna: «L’arte vola attorno alla verità… e il suo talento consiste nel trovare un luogo in cui se ne possano potentemente intercettare i raggi luminosi». La polemica contemporanea, secondo la quale l’arte dev’essere libera da ogni messaggio per non essere asservita a nessuna ideologia, spesso merita il giudizio sferzante di Borges che, in Altre inquisizioni,
 ironizzava: «Chi dice che l’arte non deve propagandare dottrine si riferisce di solito a dottrine contrarie alle sue». In ultima analisi, noi crediamo religiosamente e creiamo artisticamente per scoprire il senso supremo dell’essere e dell’esistere e non semplicemente per arredare e ornare la nostra anima e le nostre case o città.
 

I
lluminante è la confessione di un autore apparentemente lontano da motivazioni trascendenti come Henry Miller, che nella
Sapienza del cuore asseriva: «L’arte non insegna niente, tranne il senso della vita».
  Benedetto Croce, nel suo saggio su Schiller (raccolto in
Poesia e non poesia ), era convinto che «nella vera poesia le espressioni che suonano più semplici ci riempiono di sorpresa e di gioia perché rivelano noi a noi stessi». È questo un altro modo per celebrare la funzione epifanica dell’arte nello svelare il mistero che è in noi; ma nella frase c’è una parola interessante, «sorpresa».
  Sappiamo che la fede si nutre di stupore, di contemplazione, di illuminazione.
 
Ebbene, Chesterton nel suo scritto
 Generalmente parlando
aggiungeva: «La dignità dell’artista sta nel suo dovere di tener vivo il senso di meraviglia nel mondo». Si tratta di una grazia che irrompe nel fedele e nell’artista e gli fa vedere il mondo con occhi diversi, scoprendo nuovi mari quanto più si naviga. È lo stesso sguardo di Dio, ed è curioso notare che le nostre lingue hanno adottato lo stesso termine per indicare l’«ispirazione» delle Scritture Sacre e quella dell’artista. Anzi, nella Bibbia si dice che Besalel, l’artefice dell’arca dell’alleanza e della tenda dell’incontro di Israele col Signore nel deserto, fu «colmato dello spirito di Dio», come i profeti, «perché avesse sapienza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, per ideare progetti da realizzare in oro, argento e bronzo, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno ed eseguire ogni sorta di opera» (Esodo 31, 3-5). Nel Primo Libro delle Cronache anche i cantori e i musicisti ricevono una sorta di «ispirazione» divina, tant’è vero che il termine per indicare l’esecuzione musicale è lo stesso che designa l’attività profetica, nb’ (25,1).
  Per questo, «ogni poesia è misteriosa: nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere» (così Borges nel prologo alla sua
Opera poetica ). Si entra, dunque, con la fede e l’arte nel santuario del mistero per cui, come suggeriva il pittore Georges Braque nel suo testo Il giorno e la notte , «l’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura». È la stessa grande inquietudine della fede che sant’Agostino ha mirabilmente espresso nel suo celebre Inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te : la meta comune è, infatti, l’Infinito ed è necessaria la grazia divina per riuscire a raggiungerla.
  L’analogia, quindi, tra queste due esperienze capitali dell’umanità sono molteplici e non è possibile ignorarle.
  Anche se ai nostri giorni si cerca di oscurarle, esse sono insite in questi due itinerari dell’anima. Concludiamo, allora, con le parole della
Lettera agli artisti di Giovanni Paolo II che, citando il bardo della poesia polacca, Adam Mickiewicz: «Emerge dal caos il mondo dello spirito», si rivolgeva agli artisti con questo auspicio: «La vostra arte contribuisca all’affermarsi di una bellezza autentica che, quasi riverbero dello Spirito di Dio, trasfiguri la materia, aprendo gli animi al senso dell’eterno».
 Bach, sommo musicista e grande credente, non aveva dubbi quando poneva in capo alle sue partiture la sigla SDG, «Soli Deo gloria», e dichiarava: «Il ‘finis’ e la causa finale della musica non dovrebbero mai essere altro che la gloria di Dio e la ricreazione della mente». Lapidario Hermann Hesse nel suo saggio su Klein e Wagner: «Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio»
Benedetto Croce era convinto che «nella vera poesia le espressioni che suonano più semplici ci riempiono di sorpresa e di gioia perché rivelano noi a noi stessi». È questo un altro modo per celebrare la funzione epifanica dell’arte nello svelare il mistero che è in noi; ma nella frase c’è una parola interessante, «sorpresa». Sappiamo che anche la fede si nutre di stupore, contemplazione e illuminazione

invitati e che parteciperanno non appartengono soltanto al mondo cattolico, anche se il mondo cattolico evidentemente è rappresentato in maniera molto sostanziosa e sostanziale. Si tratta, infatti, anche in questo caso dell’orizzonte più esteso possibile: tutti coloro cioè che sono significativi all’interno della loro ricerca artistica, prescindendo quindi dalla confessione, prescindendo dal loro credo, dalle loro appartenenze nazionali o etniche o politiche». Venerdì 20 gli artisti visiteranno il padiglione di arte contemporanea dei Musei Vaticani voluto da Paolo VI. Il giorno dopo l’udienza nella Cappella Sistina.

Artisti. Decoratori o cercatori di Dio?ultima modifica: 2009-11-09T11:58:00+01:00da borgosotto
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