Il fuoco sacro di Giuni Russo

Maria Antonietta parla a cuore aperto di Giuni, un Nicodemo moderno che nella notte della vita s’interroga sul Mistero. Incontra la spiritualità di S. Ignazio di Loyola e quella carmelitana, le cause della sua rinascita religiosa. Dopo la lettura degli “Esercizi Spirituali” e di altri testi di ascetica e mistica, la luce del Risorto splenderà inesorabilmente nelle sue interpretazioni.

Giuni ha cominciato a interessarsi di spiritualità leggendo la mistica dei grandi santi della Chiesa, un’esperienza poi decodificata nelle canzoni. La prima fu “Moro Perché Non Moro”.  Come è nata l’idea di musicare un testo di Santa Teresa?

Dopo aver letto libri di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce, si mostrò  determinata nel musicarli ma non ci riusciva. Io avevo deposto le armi come musicista, erano ormai trascorsi cinque anni dalla lettura dei testi e mi sembrava un progetto irrealizzabile. Gli dissi di cavarsela da sola. Un giorno, dopo la preghiera del vespro, in Sardegna, mi cantò un verso di uno scritto di Teresa d’Avila “Moro perché non moro”, dicendomi di tenere a mente le parole e la melodia. Lei era smemorata. Non avevamo un registratore, tantomeno le strade sterrate di campagna non aiutavano a catturare l’atto creativo del momento. Ricordo che si creò comunque un’atmosfera magica. Ebbe quella che noi cristiani chiamiamo “ispirazione”. Fu il punto d’arrivo di un lungo percorso di conversione e meditazione, un punto di partenza dal punto di vista artistico.

Prima di conoscere la spiritualità carmelitana, Giuni inizia il suo cammino cristiano grazie a  Sant’Ignazio di Loyola.

Meditava sugli “Esercizi Spirituali” e ne rimase colpita a tal punto che volle praticarli. Ho ancora con me il libro che leggeva copiosamente, con sue annotazioni e sottolineature. Si chiedeva chi potesse guidarla in questo esercizio, dove trovare il sacerdote o la comunità per vivere un’esperienza simile.  Ci siamo messi alla ricerca di un istituto e andammo in un monastero in Toscana. Nei pressi di Sansepolcro (Arezzo), trovammo un’indicazione con su scritto “Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola”. Lei disse: “Non è possibile, gira subito, andiamo a vedere!”. Ci accolsero delle suore che gestivano una casa di spiritualità dove venivano proposti gli esercizi ignaziani. Vista la possibilità di seguirli a Milano, città dove abitavamo, ci indicarono la casa di spiritualità delle Suore del Cenacolo e lì cominciammo gli esercizi guidati da un gesuita. Le suore divennero poi nostre amiche e madrine di cresima.

E in quella casa avvenne un altro incontro…

Quando cominciammo gli esercizi, andammo in biblioteca dalle suore. Improvvisamente Giuni puntò il dito verso un libro posto assai in alto su uno scaffale. Chiese alla madre superiora se poteva prestarglielo. Era la biografia di Santa Teresa d’Avila, “Fuoco in Castiglia”.

Tra i tanti libri puntò proprio quello?

Certo. Come incontrammo quella freccia sulla strada che ci indicò la via da percorrere per gli esercizi spirituali ignaziani, mentre invece stavamo andando in un altro luogo, così incrociammo la vita di santa Teresa grazie all’istinto di Giuni e chissà… al caso. Cominciò ad appassionarsi di Santa Teresa, Edith Stein e Giovanni della Croce fino al punto di musicarne alcuni poemi.

Una cosa stupisce di Giuni: la capacità di “sbriciolare” la mistica cristiana, un tema ostico e mai apparso nelle canzoni che convergono verso la spiritualità, solitamente ispirate – nella stesura dei testi –  alla letteratura biblica. Come è riuscita nell’impresa?

Credo ci fosse una predisposizione che venisse dall’Alto, unita a una grande forza di volontà. È sempre stata determinata. Fin da bambina sognava di fare la cantante e voleva diventarlo in maniera non usuale, come invece siamo abituati a vedere oggi, dove basta avere un pò di voce per pretendere di fare musica e avere successo nel più breve tempo possibile.  Lei ha seguito l’istinto e non le logiche di mercato.

Quanta distanza c’è tra un pezzo leggero come “Un’estate al mare” e “Il Carmelo di Echt”, un brano che racconta la deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz di Edith Stein?

Una distanza siderale, direi. Quando fu proposto a Giuni di incidire “Un’estate Al Mare” accettò per gioco, convinta poi di poter interpretare brani a lei più consoni. Questo non fu possibile, se non per l’intervento provvidenziale di Franco Battiato. Le case discografiche spingono sempre sul commerciale e progetti alternativi mettono in ansia le Major. Ancora oggi manager senza scrupoli mi chiedono con insistenza di editare “Un’estate al Mare” e “Alghero” per fare soldi. Ma i soldi poco interessavano. L’ostracismo dei discografici fece molto soffrire Giuni che lo stesso non rinunciò al suo modo di scrivere musica e d’interpretarla. Fino ad arrivare a brani come “Il Carmelo di Echt” di Juri Casmisasca sul sacrificio di Santa Teresa Benedetta della Croce, “La sua figura” e molti altri.

“La sua figura” è uno dei pezzi più intensi dell’intera discografia di Giuni. Ad un recente festival di musica ho consigliato al direttore artistico di inserirla nel palinsesto. Il soprano scelto per l’interpretazione, ascoltandola la prima volta, ha pianto per la commozione. Cosa si prova di fronte a reazioni del genere?

L’affetto della gente verso Giuni è indescrivibile. Un sentimento che s’accompagna a un senso di rabbia per come Giuni è stata maltrattata dall’industria discografica italiana. In un momento di sconforto, voleva lasciare la musica. Lei non si piegò mai alle strategie di mercato e il risultato delle sue scelte coraggiose si manifesta nelle reazioni positive del pubblico.

Forse non tutti sanno che l’ispiratore de “La Sua Figura” è San Giovanni della Croce.

Potremma definirla come sorella di “Moro Perché Non Moro”. Mentre Giuni suonava il pianoforte, la canzone sgorgò spontaneamente dopo aver letto un verso di un poema di San Giovanni della Croce: “Sai che la sofferenza dell’amore non si cura, se non con la presenza e la sua figura” (Dove mai ti celasti). Costruimmo poi il testo intorno all’inciso.

“La sposa” è un brano interpretato insieme alle Carmelitane Scalze del monastero di Milano, dove ora riposa Giuni. Come siete riusciti a convincere le claustrali a cantare?

E’ bastato portare tutto l’occorrente per la registrazione e far passare un microfono tra le grate. Le suore amavano  Giuni. Vincendo qualche piccola e naturale resistenza, hanno cantato a cappella. Giuni era di casa in quel monastero a tal punto che scelse, in punto di morte, d’essere lì seppelita.  

L’Italia è in debito di riconoscenza nei suoi confronti. Ci si dimentica e in fretta di grandi artisti che hanno fatto la storia della musica. Cosa fare per conservare la memoria di Giuni? Alice nel suo ultimo album “Lungo la strada” omaggia Giuni e reinterpreta “A’ cchiu’ bella”, un testo di Totò da lei già cantato. Basterà?

Alice è stata una grande amica di Giuni, cosa molto rara nel mondo dello spettacolo. Un’artista sensibile e vicina. Vorrei creare a Milano un museo per conservare la memoria di Giuni Russo. Supereremo  presto sicuramente tutti i problemi organizzativi, mentre curiamo varie pubblicazioni musicali postume, come il cd “Cercati in me”  (pubblicato nel 2008) dove interpreta “Il Cantico dei Cantici” e “Il Cantico spirituale” di San Giovanni della Croce e alcuni testi di Santa Teresa.

Il fuoco sacro di Giuni Russoultima modifica: 2010-04-30T12:36:37+02:00da borgosotto
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