Preti di celluloide. I sacerdoti e l’immaginario cinematografico

In tal senso, i mezzi espressivi del mezzo fotografico in questa occasione arricchiscono quelli della settima arte, assumendo addirittura un carattere rivelatore. La forza figurativa delle immagini cristallizzata dalle istantanee, infatti, dimostra come anche in scene secondarie, o che difficilmente si ricordavano, la figura del prete non è mai adottata casualmente, e finisce anzi per avere una centralità di significato all’interno dell’inquadratura. Il che dimostra inoltre come anche registi non cattolici si pongano nei confronti di questa figura figura con un atteggiamento tutt’altro che indifferente, e riconoscendo a essa se non un effettivo ruolo pastorale, quanto meno una grande rilevanza simbolica, carica di significati sociologici, storici, psicanalitici. Tutti aspetti testimoniati da un corpus che, oltre a essere numeroso, copre un amplissimo arco di tempo, coinvolgendo ogni fase del cinema italiano.
L’intento di affrontare l’argomento senza orpelli sterilmente celebrativi, si riflette nel libro di Dario Edoardo Viganò, presidente della Fondazione Ente dello spettacolo, Il prete di celluloide (Assisi, Cittadella Editrice, 2010, pagine 170, euro 9,50), che si occupa proprio della figura del sacerdote nel cinema italiano e internazionale. Il saggio affronta con il taglio di una lucida analisi anche film critici nei confronti del mondo cattolico come L’ora di religione di Marco Bellocchio. E proprio alcune interviste presenti nel libro dimostrano come l’incontro – e a volte lo scontro – con la religione e con il clero, ha comunque sempre costituito un momento cruciale nell’iter creativo ed esistenziale dei registi che hanno affrontato il tema.
Per il resto quello di monsignor Viganò costituisce un esaustivo ancorché sintetico excursus nella filmografia italiana e internazionale, che prende le mosse da alcune declinazioni ricorrenti della figura del sacerdote sul grande e sul piccolo schermo, come il missionario eroico, il prete-detective, il predicatore logorroico e bacchettone. Nella prima categoria rientrano soprattutto le produzioni televisive, riguardanti figure realmente esistite – Don Milani. Il priore di Barbiana (Andrea e Antonio Frazzi, 2007), Don Bosco (Lodovico Gasparini, 2004), Don Gnocchi. L’angelo dei bambini (Cinzia Th. Torrini, 2004) – e non, come quella di Massimo Dapporto in Un prete tra noi (Giorgio Capitani e Lodovico Gasparini, 1997-1999), storia di un prete che abbandona una promettente carriera di studioso per sporcarsi le mani con problematiche sociali come quelle che riguardano la vita all’interno di un carcere.
Prendendo in considerazione la figura del prete-detective, invece, non si può non parlare dell’ormai lunghissima serie televisiva di Don Matteo, in cui la figura del sacerdote, alle prese con improbabili indagini quotidiane, per la verità viene quasi del tutto spogliata del suo ruolo pastorale. Mantenendo però, a contrasto con i “rivali” carabinieri, e quindi con lo Stato, una familiare dimensione di alterità. Proverbiali figure di preti logorroici e bacchettoni, infine, sono proprio quelle presenti in alcuni film di Verdone, come Un sacco bello (1980) e Viaggi di nozze (1995).
Lo stesso Verdone durante il discorso d’introduzione alla mostra ha sottolineato come per il suo ultimo film, al di là di risvolti umoristici comunque presenti, si sia accostato alla figura del sacerdote con intenti del tutto diversi rispetto al passato, ovvero con l’intenzione di mostrare un personaggio sfaccettato e persino problematico, senza rinunciare quindi a toccare con sensibilità – ma anche con un certo timore, come ha ricordato lui stesso – aspetti come la tentazione di celibato e la crisi di fede.
Per immaginare quale tragitto personale può aver percorso Verdone in questi trent’anni, d’altronde, basterebbe recuperare la memorabile scena di Un sacco bello in cui don Alfio incontra il “figlio dei fiori” Ruggero su esortazione del padre di quest’ultimo, interpretato dall’indimenticato caratterista Mario Brega. Incapace di interpretare i bisogni e le difficoltà del giovane, don Alfio si alza sfinito dal divano ed esclama col suo malcelato accento ciociaro:  “Cari ragazzi, se lo volete capire lo capite, se non lo volete capi’ allora sapete che vi dico? Che io m’alzo e mi vado a lava’ le mani, come quando Pilato si lavò le mani di fronte a…” salvo poi interrompersi alla ricerca disperata di un suggerimento. “A nostro Signore, (…) manco le basi del mestiere te ricordi!” finisce per lui il comunista Brega. Oppure quella di Viaggi di nozze in cui il prete che celebra un matrimonio, sempre impersonato dallo stesso Verdone con un look esageratamente francescano, si dilunga, con dovizia di particolari inutili, in preghiere all’indirizzo di ogni più lontano parente degli sposi, compresi “il piccolo Severiano  e  Giada,  quest’ultima ricoverata  al  reparto  intensivo  del Gemelli”.

(©L’Osservatore Romano – 26 maggio 2010)

Il cardinale Bagnasco don Camillo e il missionario di Verdone

 

 Cinema e preti rappresentano un connubio singolare eppure capace di “comunicare bei valori” grazie al “linguaggio cinematografico che muove dritto al cuore delle persone”. Lo ha sottolineato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che ha inaugurato assieme a Carlo Verdone la mostra “Preti al cinema. I sacerdoti e l’immaginario cinematografico”, realizzata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e con la Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia. Un percorso fotografico, allestito nell’atrio dell’aula Nervi in Vaticano, che va dall’Aldo Fabrizi di Roma citta aperta al missionario interpretato proprio da Verdone nel suo ultimo film, Io, loro e Lara, passando dal Totò di Uccellacci e uccellini al Nanni Moretti de La Messa è finita, dal Fernandel di Don Camillo al Walter Matthau del Piccolo Diavolo, fino al Luca Zingaretti interprete del prete assassinato dalla mafia don Pino Puglisi. Parlando di Verdone, Bagnasco ha ricordato che “nei suoi trent’anni di carriera ha affrontato in più di un’occasione la figura del sacerdote, sottolineandone a volte difetti e debolezze, con rappresentazioni spesso caricaturali, ma sempre cariche di singolari spunti di riflessione, che solo il linguaggio della commedia a volte riesce a dare. Ultimamente, poi, a riprova anche di un lungo percorso artistico maturato, ha proposto un’interessante e inedita figura del missionario da cui traspare passione per il suo ministero nonostante le complesse e difficili situazioni nelle quali vive”.
Tra i preti cinematografici che più gli sono cari, Bagnasco ha ricordato don Camillo “per la sua fede schietta e semplice, radicata e popolare, con un’umanità profonda” e dall’altra il prete di Diario di un curato di campagna, di Robert Bresson, tratto dall’omonimo romanzo di Georges Bernanos che, ha detto, “mostra momenti della sua vita come le tappe di una Via Crucis:  dal rifiuto da parte della comunità dei fedeli, alla caduta nel fango, al nutrirsi di pane raffermo e vino riscaldato unico cibo possibile per lui malato di cancro e che diviene icona del suo configurarsi a Cristo”.

(©L’Osservatore Romano – 26 maggio 2010)

Preti di celluloide. I sacerdoti e l’immaginario cinematograficoultima modifica: 2010-05-25T17:44:00+02:00da borgosotto
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