“L’arte che dissacra cerca ancora l’assoluto”

«Bisogna da un lato riconoscere che la dissacrazione è un modo per postulare la necessità dell’interlocutore che si vorrebbe distruggere, l’assalto a un simbolo che si riconosce ancora rilevante. Dall’altro questa “arte” oscena, ricorre ai simboli tradizionali e religiosi non soltanto in modo dissacrante, ma anche banalizzante. Se invece del crocifisso, con lo sperma avessero rappresentato Marilyn Monroe oppure Einstein, non avrebbe fatto effetto. Ci troviamo di fronte alla superficialità di una cultura che però è ancora elettrizzata dal sacro. Un motivo in più per proporre nuovamente agli artisti i grandi temi, i grandi simboli, le domande ultime, anche correndo qualche rischio, come può essere quello, per la Santa Sede, di partecipare, alla Biennale di Venezia».

Lei crede che un dialogo sia possibile, che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare la voce della Chiesa?

«Penso che la Chiesa debba conoscere la nuova grammatica dell’arte contemporanea. D’altra parte ho constatato che ci sono artisti i quali hanno la consapevolezza di aver perso il contatto con fonti feconde: i grandi simboli religiosi e le grandi narrazioni come quella biblica, i grandi temi trascendenti. Il più grande artista della videoarte sul mercato degli Stati Uniti, Bill Viola, ha cominciato a riprodurre quasi esclusivamente temi spirituali come la vita, la morte e la resurrezione. Mi ha detto: “Riusciamo ancora a liberarci dalla nostra autoreferenzialità e dal nostro vuoto proprio perché ci siete voi che dite queste parole ultime, quelle che l’artista sempre desidera rappresentare, il mistero invisibile”. È dunque possibile un dialogo fruttuoso».

Parliamo dell’architettura e dell’arte sacra. Gli ultimi decenni sono stati disastrosi: chiese che assomigliano a garage, architetti di grido chiamati a realizzare edifici che di sacro hanno soltanto il nome…

«Il problema esiste ed è proprio per questo che vorrei convocare un secondo incontro con gli artisti. Vorrei far dialogare architetti e artisti, perché non accada più che l’architetto faccia la sua chiesa – alcune sono belle, altre meno, altre purtroppo decisamente brutte – ma poi non riesca a interloquire con chi deve realizzare icone, vetrate, arredi. Dobbiamo educare architetti e artisti ad assimilare il senso del mistero, far comprendere loro che lo spazio sacro prevede una dimensione orizzontale – il ritrovarsi della comunità – ma anche una dimensione verticale, cioè il rapporto con il mistero, con Dio. Bisogna ritrovare il genere letterario del tempio. Ciò non significa un semplice rifarsi al passato. Un tempo l’artista “respirava” un’atmosfera imbevuta di cristianesimo, sapeva che cos’è una chiesa. Oggi non è più così. E i fedeli hanno tutto il diritto di pretendere delle chiese che siano davvero chiese».

Non crede che il vero problema sia anche quello della committenza?

«Certo. Dobbiamo curare la formazione artistica nei seminari, per evitare che i sacerdoti finiscano per essere ostaggio di un artista locale di scarsa qualità oppure imposto dall’esterno, dalle commissioni diocesane, che fa ciò che vuole».

Parliamo del «cortile dei gentili», dello spazio per incontrare chi non crede e dialogare con lui.

«Il nostro tentativo, fondato sull’intuizione del Papa, è quello di proporre un confronto alto e qualificato, che suppone identità chiare e non cerca accordi sul minimo denominatore comune. Con la fondazione “Cortile dei gentili” vogliamo creare una rete di persone agnostiche o atee e cattoliche che accettino il dialogo. Vogliamo sviluppare una riflessione sulla dimensione spirituale dell’uomo e aiutare la cultura laica a uscire da una concezione povera del credere. Un primo grande appuntamento è previsto nel marzo 2011 a Parigi, e coinvolgerà l’Unesco, la Sorbona con le sue Ecoles doctorales e l’Accadémie Française. Un secondo appuntamento si terrà all’università di Bologna, mentre un terzo avverrà negli Stati Uniti e sarà più marcatamente dedicato al rapporto scienza-fede».

Scienza e fede. Seguendo certi dibattiti in Italia a volte sembra si tratti di un rapporto impossibile…

«È vero, molti in Italia sono convinti che la fede sia un reperto del paleolitico. Negli Usa, invece, va per la maggiore la teoria di Stephen Gould sui “Non-Overlapping Magisteria”, i magisteri non sovrapponibili (“NOMA”), che è adottata a livello epistemologico. Gould afferma che scienza e fede presentano due approcci metodologici differenti, con le loro rispettive grammatiche, ma che non sono in contrapposizione. Lo scienziato non vuole pronunciamenti di tipo scientifico da parte della teologia e viceversa. Sta però emergendo una nuova impostazione che corregge il “NOMA” ed è basata sul dialogo: ad esempio, per formalizzare la teoria della relatività, non puoi servirti soltanto di categorie di tipo scientifico, ma devi postulare filosoficamente tempo e spazio. Perché dunque non formalizzare anche un dialogo tra teologia e scienza? Siamo riusciti su questo a coinvolgere alcuni grandi scienziati del Mit di Harvard. Un campo di interesse comune è quello delle neuroscienze. Spesso siamo noi credenti ad avere poca fiducia in noi stessi e nella grande tradizione culturale che possediamo. Ci sono invece scienziati che sono oggi molto interessati all’anima o alla dimensione spirituale e vogliono sapere come noi la motiviamo».

LA REPUBBLICA

Pag 61 La sfida di Ravasi: “Un luogo per il dialogo con i non credenti” di Orazio La Rocca

Nasce “Il Cortile dei Gentili”, fondazione voluta da Benedetto XVI 

Città del Vaticano – Un dipartimento permanente per il dialogo tra credenti, non credenti, atei. stato varato – riservatamente – in Vaticano nell´ambito del Pontificio Consiglio della Cultura. Si chiama, fondazione “Il Cortile dei gentili”, in ricordo dell´omonimo cortile che nell´antico Tempio di Gerusalemme ospitava non ebrei, fedeli di altre religioni, agnostici. E´ stato Benedetto XVI a volerlo. Grande architetto dell´iniziativa, l´arcivescovo Gianfranco Ravasi, biblista di fama, che del Pontificio Consiglio della Cultura è presidente. Il nuovo dipartimento è già operativo, “anche se occorre mettere a punto alcuni dettagli organizzativi”, anticipa a Repubblica l´arcivescovo, pur garantendo che “la data dell´inaugurazione è già stata fissata per il 24 e 25 marzo 2011 a Parigi con un convegno internazionale alla Sorbona, all´Unesco e all´Academie Francaise“. La nuova Fondazione vaticana nasce col proposito di sollecitare confronti a tutto campo in materia di fede tra credenti e non credenti, senza escludere che in futuro possano essere affrontati anche quei valori cattolici definiti “non negoziabili” da Benedetto XVI come la difesa della vita, il no all´aborto, il matrimonio tra un uomo e una donna, l´omosessualità. Una sfida “difficile”, ma “non proibitiva” perché, sostiene monsignor Ravasi «la spiritualità tocca la persona in profondità, nel suo mistero, e non si riduce alla sfera morale e alla sessualità. Motivo per cui in questo nostro progetto partiamo da una base generale, ossia da una visione complessiva dell´uomo… siamo certi che gli atei aperti alla spiritualità si aspettano altro rispetto a un dialogo sull´aborto, l´omosessualità e la pedofilia. Non che questi temi debbano essere scartati a priori; saranno, invece, trattati a tempo debito». Ma, anche se la Chiesa cattolica non sembra disposta a scendere a compromessi sui suoi “valori”, l´idea sembra destinata a fare breccia. «Molti atei – spiega infatti Ravasi – ritengono sia arrivato il momento di riprendere le questioni fondamentali: gli Illuministi hanno ereditato i loro valori dal cristianesimo, ma di fronte alla pressione del multiculturalismo, la questione dell´universale si pone con una certa urgenza. La visione dell´Imago Dei propria della Rivelazione biblica ha dato vita a una cultura dei diritti dell´uomo. Fuori da questo orizzonte, come si imposta l´universalità dei diritti dell´uomo? A partire da ciò nasce un dialogo non solo possibile, ma soprattutto invocato dai grandi intellettuali». «Il dialogo – aggiunge Ravasi – presuppone un confronto di argomentazioni rigorose con la propria identità senza sincretismi o concordismi vaghi».  Per l´inaugurazione ufficiale della Fondazione è stata scelta Parigi perché “questa città è il luogo simbolo della laicità”. «Quando ho avviato i primi contatti con gli intellettuali francesi per questo progetto – confessa il ministro della Cultura della Santa Sede – ero preoccupato anche per le accuse di pedofilia rivolte alla Chiesa negli ultimi tempi. Invece, a Parigi ho trovato subito un grande ascolto». All´iniziativa hanno già aderito molte personalità e intellettuali laici di chiara fama, anche se in Vaticano nomi ancora non se ne fanno. «Saranno annunciati a tempo debito – garantisce Ravasi. La Fondazione sarà uno organismo permanente aperto a tutti, in piena libertà, con rispetto, senza rinunziare mai alle proprie identità».

“L’arte che dissacra cerca ancora l’assoluto”ultima modifica: 2010-05-27T15:42:49+02:00da borgosotto
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