I FIORI DI KIRKUK/ Un amore impossibile che parla di valori cristiani

Non per questo I fiori di Kirkuk è un film crudo. Ci sono alcune immagini violente, ma sono “giustificate” dall’intento di denuncia della pellicola, finalizzata anche a mostrarci ciò che i servizi al telegiornale non hanno mai esposto. In compenso, però, è un film crudele. Parla di amore, certo. Quello di Sherko verso la propria etnia, per la quale decide di restare in Iraq nonostante il regime ostile al proprio popolo. Quello di Najla verso Sherko, che potrebbe essere letto semplicemente come l’affetto di una donna verso un uomo, in realtà nasconde molto altro.

 I fiori di Kirkuk non è semplicemente la storia di una donna imprudente che sfida un amore proibito dalle contingenze storiche. È un film sull’affermazione di sé, a livello individuale – qualsiasi cosa comporti -, che poi assume una dimensione universale, se calato nel contesto storico. È una storia sul libero arbitrio nel senso più stretto dell’espressione, in cui il senso di libertà/liberazione è dato dalla spinta a compiere delle scelte mai messe in discussione. Najla resta al fianco di Sherko, nonostante significhi gettare onta sulla sua famiglia di origine, irachena e legata alle tradizioni, e nonostante il pericolo in cui mette se stessa, Sherko e l’intero villaggio curdo si possa tramutare in una condanna a morte.

 Sin dalle prime immagini del film capiamo che Najla è diversa. A un posto di blocco si ferma a raccogliere una bambola mutilata dal continuo passaggio dei carri armati. La bambola rimanda a tutti i bambini che ci hanno giocato e ci giocheranno, ovvero al futuro, forse possibile proprio grazie a lei.

 È una pellicola sul valore dell’amore puro. Quello che, nella sua essenza, è un dare senza voler ricevere. Per questo I fiori di Kirkuk è un film interreligioso e interculturale. Perché fa incontrare una donna irachena, un uomo curdo e li fa innamorare di un sentimento cristiano. Come anche le scene di Najla e Sherko in fuga verso l’Iran su un mulo e con un bambino da salvare raccontano.

 In questo senso è decisamente un film di parte. O politico. Perché nel denunciare l’eccidio, afferma il diritto di esistere di ciascuna etnia o religione. Il regista ci dice che bisogna lottare per ottenere quello che si vuole. Che l’amore può farlo, ma che c’è una posta in gioco: il sacrificio. Anch’esso valore cristiano, che dà nuova vita, speranza per il futuro. L’importante è che si lasci testimonianza di questo sacrificio. Come fa Najla, che scrive un diario in cui trovano voce tutti i condannati di un paese che, come recita la dedica del film “uccide i propri figli”.

I FIORI DI KIRKUK/ Un amore impossibile che parla di valori cristianiultima modifica: 2010-11-27T10:13:35+01:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento