Film consigliati (novembre 2010)

1. NOI CREDEVAMO

Tematiche: Politica-Società; Storia;  
Soggetto: Tre ragazzi del sud Italia, in seguito alla feroce repressione borbonica dei moti che nel 1828 vedono coinvolte le loro famiglie, maturano la decisione di affiliarsi alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Lungo quattro episodi che corrispondono ad altrettante pagine poco conosciute degli anni che arrivano fino al 1860, le vite di Domenico, Angelo e Salvatore vengono segnate tragicamente dalla loro missione di cospiratori e rivoluzionari. Sullo sfondo si succedono gli avvenimenti più conosciuti, e i conflitti implacabili tra i ‘padri della patria’.
Valutazione Pastorale: Da alcuni anni Mario Martone pensava a questo scenario storico. “Io e De Cataldo – spiega- abbiamo individuato tre figure ‘minori’ tra i cospiratori italiani dell’Ottocento e abbiamo attribuito le loro vicende a tre personaggi di nostra immaginazione: intorno a queste vicende é stato costruito il racconto, composto di fatti, comportamenti e parole attinti rigorosamente alla documentazione storiografica. Uno dei tre personaggi é ispirato al protagonista del romanzo di Anna Banti ‘Noi credevamo’. Solo una parte del libro confluisce nel film, ma il titolo mi é apparso bellissimo e adatto per l’insieme del racconto (…)”. Sono vicende aggrovigliate e talvolta non facili da dipanare, dal momento che attraversano zone diverse d’Italia, Stati differenti, modi e forme degli atteggiamenti da assumere non di rado opposti tra loro. Martone parla di un “…albero genealogico che va dai patrioti del Risorgimento, attraverso i partigiani, al movimento degli anni ’70 fino ai giorni nostri”. Si capisce da qui che si tratta di una materia ancora tutta da elaborare, difronte alla quale il regista stesso ha costruito un grande, solido, robusto affresco che alla Mostra di Venezia durava 3h e 24′ e, per l’uscita nelle sale, ha ridotto di 34′: “…per rendere – dice- il film più fruibile…e anche se qualcosa non viene capito non importa, anzi sarà uno stimolo ulteriore alla riflessione”. Un film dunque di notevole impegno, che ribadisce la necessità di arrivare ad una memoria condivisa sulle radici della nazione italiana. Dal punto di vista pastorale, é da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

2. PRECIOUS

3. IL MIO NOME E’ KHAN

Recensione 

Film ingenuo ma con vari momenti di interesse. La storia segue le vicende di Rizvan, sin dall’infanzia segnata dal difficile rapporto con il fratello ma anche dal rapporto autentico e commovente con la madre, capace non solo di relazionarsi col figlio ma anche di saperlo educare a vero e al bello, fino all’arrivo in America, all’età adulta e alle conseguenze vissute in prima persona dei fatti dell’11 settembre. Perché Rizvan è musulmano e dopo anni di integrazione si renderà conto di non essere più persona gradita. Scorrevole, nonostante le più di due ore e mezza di durata, ricco di quegli elementi tipici del cinema indiano – colori accesissimi, un’altalena di emozioni forti – il film si presenta come un melodramma dagli evidenti riferimenti a Forrest Gump e Mi chiamo Sam, rispetto ai quali Rizvan è una vera e propria incarnazione musulmana. Stessa relazione significativa con la madre, stessa semplicità contagiosa, stessa genialità, a suo modo, nei rapporti umani. La novità portata dal film diretto da Karan Johar, nome di punta del cinema commerciale indiano, è ovviamente il contesto, prima e dopo l’11 settembre, data chiave per comprendere i fatti di Khan e, probabilmente, di parecchio cinema recente. Il film soffre di uno schematismo a tratti irritante: il cambiamento repentino nei riguardi di Khan dopo le Torri, il finale risibile e la stessa relazione con la bella Mandira, nonostante i bei momenti del corteggiamento e della vita in casa. E la carne messa al fuoco è tanta: c’è la questione religiosa (Mandira è indù), l’integrazione, la diversità e l’accoglienza. Il dramma della morte e il rapporto con la celebrità – perché Rizvan, proprio come Forrest, diventerà anche una star – ma anche il terrorismo e il pregiudizio sull’Islam, un uragano in Georgia e addirittura la politica di due Presidenti degli Stati Uniti. Tanto, forse troppo da gestire per una regia per molti versi enfatica (tutti quei ralenti…) e per una sceneggiatura che per voler dire tutto in relativo poco tempo semplifica, brucia le tappe e abbandona personaggi, come quello della cognata di Rizvan potenzialmente ricchi di senso e di emozioni. Ma, al di là dei tanti difetti e anche di un certo schematismo ideologico, Il mio nome è Khan ha punti di interesse. Su tutto, la semplicità di sguardo del protagonista, interpretato dall’ottimo Shah Rukh Khan penalizzato da un doppiaggio anonimo, la sua capacità innata di guardare al bene della realtà e anche l’attenzione riposta sul figlio di Mandira. E, infine, questa figura della madre, concretissima, che riesce a tirar grande il suo bambino non nascondendo la sua diversità ma accompagnandolo, con discrezione e tenacia fuori dall’isolamento a cui la malattia l’avrebbe senz’altro condannato. Simone Fortunato

4. THE SOCIAL NETWORK

CONSIGLIATO

Recensione http://www.sentieridelcinema.it/recensione.asp?ID=1350

Bel film e gran bella sceneggiatura (di Aaron Sorkin, l’ideatore della serie televisiva The West Wing). Più che un biopic è una tragedia shakespiriana che Fincher dirige con il suo stile cupo, popolato di personaggi ambigui e contradditori come erano ambigui e contraddittori i tanti interpreti del suo cinema, da Seven fino a Zodiac e Benjamin Button. Strano, si dirà, che un regista di genere (eccezion fatta per Benjamin Button, Fincher ha diretto soltanto thriller spesso sconfinanti nell’horror) si sia dedicato alla vicenda, processuale e non solo, legata alla nascita e al successo di Facebook. E invece strano non è perché il film è una tragedia scura ambientata nei college e dormitori universitari. Una tragedia dove il delitto perfetto è commesso da un nerd, incapace, forse patologicamente, di rapportarsi col mondo che lo circonda. Il nerd è ovviamente Zuckerberg (perfetto il suo interprete, Jesse Eisenberg), genio solitario, segnato, anzi ossessionato da un desiderio di riscatto e rivalsa contro tutto e tutti, a partire dalla ex fidanzata. Soprattutto, condizionato da un ambiente, quello di Harvard, davvero un college degli orrori e della vacuità stando al film, dove conta chi ha successo e il metro del successo si misura nel numero di concubine. Ma – e qui sta la cosa più interessante del film – Fincher non la butta sul facile moralismo e non dipinge di bianco e di nero il suo film ma articola una storia in cui le vittime e i carnefici coincidono nella quale non condanna nemmeno Zuckerberg che ne esce fuori come un ragazzo disturbato e infantile, ma anche desideroso – e giustamente – di un rapporto significativo per la propria vita. Il problema per Zuckerberg e per gli altri ragazzi con cui lo studente ha a che fare (compreso il personaggio più “storto” di tutti, quel Sean Parker, confondatore di Napster, eterno bamboccio, emotivamente anarchico e che eserciterà su di lui un grande influsso) è la mancanza di un giudizio sul bene e sul male, cioè la mancanza degli adulti che praticamente nel film sono assenti eccezion fatta per il rettore di Harvard tanto ottuso quanto disattento alle esigenze dei suoi ragazzi.
E così la genesi di Facebook è tutta un gioco al massacro con protagonisti eterni adolescenti, ragazzi mai cresciuti. Capricciosi, egoisti all’ennesima potenza, killer (e qui torna il passato di Fincher) degli altri e di se stessi, ma freddi e incapaci di emozioni: più che di un capitalismo deviato in cui il Sogno Americano, nobile nelle origini, è diventato una corsa disperata per uscire dall’anonimato, questi ragazzi sono il frutto di un mondo in cui gli adulti hanno abbandonato il loro compito da anni, il loro compito di educatori, punti di riferimento, padri. Orfani con delle belle idee che paradossalmente li faranno conoscere al mondo, ma non gli faranno conoscere il mondo. Anzi forse glielo allontaneranno per sempre. Simone Fortunato

5. IO SONO CON TE

Tematiche: Adolescenza; Donna; Famiglia – genitori figli; Gesù; Tematiche religiose;  
Soggetto: La giovane Maria, figlia di pastori, é promessa in sposa a Giuseppe, un vedovo con due figli, abitante nel vicino villaggio di Nazareth, nella Galilea di Duemila anni fa. Lasciata la propria casa, Maria ben presto ravvisa le storture del mondo patriarcale che la circonda, a partire dalla famiglia del marito dove detta legge Mardocheo, fratello più anziano di Giuseppe. L’atteggiamento determinato della ragazza, protettivo nei confronti dei bambini, provoca l’indignazione del capofamiglia e di quanti sono convinti della necessità di impartire loro punizioni e disciplina. Dando alla luce suo figlio Gesù, Maria si trova ad affrontare scelte decisive, destinate a creare stupore e scandalo.

Valutazione Pastorale: Spiega Guido Chiesa: ” ‘Io sono con te’ é prima di tutto il racconto di una maternità: quella di Maria di Nazareth, dal concepimento fino all’adolescenza di suo figlio Gesù. Il ritratto di una madre e della relazione con il proprio figlio, sostenuta dalla presenza discreta di Giuseppe, il patriarca ‘che si fa da parte’, rinunciando al primato maschile. Una storia universale perché legata a passaggi fondamentali delle nostre vite e radicati dentro ciascuno di noi…in una prospettiva squisitamente femminile.(…)”. Queste frasi aiutano ad entrare con maggiore puntualità e aderenza nella costruzione stilistica ed emotiva realizzata dal regista. Affidandosi ad una architettura narrativa solo in apparenza di facile sintassi, Chiesa opera una ardita, sottile sintesi tra l’intenzione di scavalcare l’iconografia fino ad oggi acquisita e la scelta di non operare alcun snaturamento sostanziale. Da qui lo scenario tutto in esterni (una Tunisia riarsa) con costumi, oggetti e lingua coerenti (oltre alla versione doppiata, c’è quella parlata nella lingua contemporanea), dentro il quale si affacciano frasi, comportamenti, domande che è facile definire più pertinenti ad epoche successive. Ma la scommessa di Guido (e di Nicoletta Micheli, cosceneggiatrice e sua moglie) é proprio qui: creare le premesse non per una ‘modernità’ forse banale ma per una attualità fuori dal tempo e dalla storia. Indicare in quella madre che genera il Salvatore la donna che si muove nella prerogativa della ‘grazia’, e mette al servizio del progetto la propria natura femminile.Il riferimento ai testi resta di sfondo (in particolare il Vangelo di Luca) e tuttavia rispettoso. “Personalmente – aggiunge Chiesa- non ho il dono spontaneo della Fede, sono sempre stato problematico, il mio é un percorso intellettuale faticoso, tutt’altro che concluso, ma mi ha portato a cominciare a capire certe cose. Maria vive le emozioni, il cuore, tutto ciò che sfugge alla razionalità”. Ecco allora che il volto rugoso della Vergine anziana (che apre e chiude il copione) diventa la soglia sulla quale si apre il confronto con il Mistero. Le domande, la voglia di capire, di confrontarsi con ciò che non si vede: lo sguardo del regista compone una scrittura filmica rigida e appassionata, fatta di panoramiche serene e di dettagli inquietanti. Ci viene chiesto, attraverso Maria, non di essere uomini e donne del nostro tempo ma di quel Tempo unico nel quale l’essere umano é al centro di tutto, e un bambino scalda la nostra anima per sempre. Film di notevole interesse, che, dal punto di vista pastorale, é da valutare come consigliabile,problematico e adatto pe dibattiti.

Vedi anche: http://www.saledellacomunita.it/sale_della_comunita/news___mediacenter/00002383_Il__maternage__di_Guido_Chiesa.html

6. I fiori di kirkuk

Tematiche: Conflitti etnici; Donna; Guerra; Politica-Società; Storia;  

Soggetto: All’inizio degli anni ’80, la giovane Najla, laureatasi in medicina all’università di Roma, torna in Iraq, decisa a rivedere il suo amato Sherko, che non dà più notizie di sé. Dopo qualche tempo, Najla scopre che Sherko si è messo al servizio delle resistenza contro il regime di Saddam e vive nascosto. Nejla vuole seguirlo e per questo si scontra con l’ostilità dello zio e della famiglia, che vogliono imporle un matrimonio di comodo. Costretta dagli eventi, Nejla mette in piedi un rischioso doppio gioco tra esercito ufficiale e ribelli. Per un po’ la cosa funziona, ma poi tutto viene scoperto. E per Najla arriva la punizione capitale.
Valutazione Pastorale: Il regista, curdo, ora residente a Roma, ricorda opportunamente che il copione si basa su eventi realmente accaduti e che molte riprese si sono svolte in Iraq del Nord, nella regione del Kurdistan. Sono due precisazioni che danno al racconto quell’aspetto di ‘verità’ che una certa maniera narrativa potrebbe nascondere. Si fa strada il trinomio “amore, guerra, morte”, che sarebbe un po’ convenzionale e che invece la regia tiene sulla corda di una drammaturgia ispida e asciutta. Si sta dalla parte di Najla, del suo coraggio, della sua determinazione e si spera che il suo sacrificio finale sia memoria per l’oggi e per il futuro. Un film di denuncia semplice nello svolgimento, intenso e sofferto nelle immagini e che, dal punto di vista pastorale, é da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.
Film consigliati (novembre 2010)ultima modifica: 2010-11-30T15:52:48+01:00da borgosotto
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