Whitney Houston, un destino di gloria e autodistruzione

Non c’era stato verso, in realtà: da mesi, dopo la conclusione di un tour problematico, malinconicamente passato anche per Milano, circolavano nell’ambiente voci che Whitney fosse ricaduta nei propri viziettacci; era tornata a sparire dalle scene, la vedevano in giro di sera molto mal ridotta: anche qualche giorno fa, in un’uscita con la figlia Bobby Christina che ha ormai 18 anni, sembrava in stato precario. La strada verso la tragedia era stata lastricata con cura. Vengono in mente le voci che sempre l’hanno circondata, di quel suo preferire relazioni femminili, e delle pressioni invece della famiglia perché si sposasse e cominciasse una vita «normale» per gli standard della sua comunità; si sentiva dire che alla fine le fosse stato fatto cadere nel piatto, nel 1989, Bobby Brown giovanotto non irreprensibile poi marito dal ‘92: è lui a esser indicato spesso come l’artefice della discesa agli inferi della droga; è certo lui a scardinare le regole di una mente fino a quel momento serena, finché lei decide di scendere nell’agone di una lotta psicologica alla quale dovrà soccombere.
La festa dei Premi Grammy, in scena ieri notte a Los Angeles, è stata fortemente modificata per poter rendere omaggio alla Houston. Perché sì, Whitney è stata una numero uno, una delle cinque grandi voci degli ultimi 50 anni, la più gran venditrice donna di dischi del ‘900 (170 milioni di copie); di Grammy – il sogno di ogni artista – ne aveva vinti sei, nella sua carriera che è stata come di due vite differenti, e di due diversi personaggi: tanto che i più giovani saranno ora costretti a riscoprirne l’essenza originaria di gioventù, quella serenità, quella facilità oltraggiosa con la quale la sua gola di soprano modulava in pop note inarrivabili agli umani e a ogni sua collega. Carriera iniziata nell’85 con l’album Whitney Houston e pezzi come Saving All My Love for You, e quella All at Once che cantò a Sanremo nell’87, abbandonando a terra il microfono. Stupiva. Il virtuosismo era irreale. Non forzava, sorrideva ed era bella anche mentre cantava: era riuscita, con la sua umiltà elegante, a diventare la prima diva nera, «pop diva» autenticamente popolare, sulla scia del successo di Michael Jackson. Anche il cinema la tentò (una sua pellicola deve uscire quest’anno) con The Bodyguard, un successo pazzesco accanto a Kevin Costner, dove cantava I Will Always Love You che vendette poi 12 milioni di copie. Certo, ogni vero appassionato di musica notava che quei pezzi erano cuciti insieme non per emozionare, ma per stupire: e lei stava nel canone, docile. Non soffriva.
Amata, interrazziale, interclassista, le toccarono parti anche istituzionali, come Star Spangled Banner, l’inno nazionale americano, cantato nel ‘91 in atmosfera assai patriottica per l’avvio della Guerra del Golfo. Il successo di Whitney fece anche da apripista a tutta una nuova generazione di voci virtuose femminili, da Celine Dion fino a Mariah Carey. Ma, mentre la loro stella saliva, Whitney cominciava la sua discesa nella cocaina, che la tenne lontana dalla musica per gran parte dei suoi trenta e 40 anni. Uscita dalla rehab la prima volta, aveva confessato: «Avevo tanti soldi, mantenere il vizio era facile, e a cantare non ci pensavo proprio più».

Whitney Houston, un destino di gloria e autodistruzioneultima modifica: 2012-02-26T08:33:35+01:00da borgosotto
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