Celentano a Sanremo: non tutto è da buttare

Il direttore artistico Gianmarco Mazzi ha provato a difendere se stesso e Celentano argomentando che “deficiente non è un’offesa, viene dal latino ‘deficere’: vuol dire che si è privi di qualcosa”. No Gianmarco, è un’offesa: la più immediata che l’italiano comune si trovi a portata di lessico. E Celentano è permaloso e vendicativo, egocentrico fino a non cogliere il rischio che correva lanciando quell’insulto. Mi pare non ci sia altro da dire.

Su Avvenire e Famiglia Cristiana l’Adriano nazionale si è difeso da solo, la seconda delle due serate, protestando che lui non aveva detto che le due testate “vanno chiuse” ma che “andrebbero chiuse”. Dubito che Celentano possa convincere molte persone sulle valenze riposte del modo condizionale dei verbi italiani. “Siamo in democrazia e io ho espresso un mio desiderio”, ha detto dopo la divagazione sui “modi” dei verbi. Appunto Adriano: tu hai espresso un tuo desiderio e chi non lo condivide, o lo trova aggressivo, magari aggressivo verso se stesso, protesta. Di che ti lamenterai se non di te stesso?

Ha detto anche che le due testate e i preti e i frati in generale “non parlano mai del Paradiso”. Anche questa era un’aggressione in quanto non è vero. Lo dico perché leggo tutti i giorni e tutte le settimane quei due giornali e vado in giro per le chiese sia come cristiano sia come giornalista. “Avrò girato mille chiese” dice Celentano: e io duemila.

Non difendo dunque le aggressioni di Celentano né lo stile supponente, ex machina, dall’alto, della sua predicazione. Certo che siamo in democrazia, ma è contraria allo spirito della democrazia la sopraffazione che può venire da chi è più forte, più ricco, più famoso, più bravo (anche) a conquistare un microfono della grande audience e pretende di gestirlo contro gli altri. Non dubito che Celentano a Sanremo, in ambedue le serate, abbia esercitato una sopraffazione.

Ora che ho messo le mani avanti dico il mio apprezzamento per il cristiano Celentano che si è espresso all’incirca in un terzo delle parole che ha detto nelle due serate. Frammista alle aggressioni, in esse vi era la perla dell’affermazione della fede cristiana, perla rara e dunque preziosa e che io vorrei onorare ovunque mi appaia. Si tratti pure di un letamaio.

Riporto le parole di Celentano che ho trovato più significative e che le cronache generalmente hanno omesso per concentrarsi – com’è inevitabile – sui passaggi polemici.

Prima citazione dalla serata di martedì 14: “Non parlano mai [preti e frati] della cosa più importante, cioè del motivo per cui siamo nati. Quel motivo nel quale è insito il cammino verso il traguardo, quel traguardo che segna non la fine di un’esistenza, ma l’inizio di una nuova vita. Insomma, i preti, i frati non parlano mai del Paradiso. Perché? Quasi come a dare l’impressione che l’uomo sia nato soltanto per morire. Ma le cose non stanno così. Noi non siamo nati per morire. Noi siamo nati per vivere.

Anche Papa Ratzinger insiste sul fatto che “siamo stati creati per la vita”. E richiama in continuità i preti e i frati – e tutti i cristiani – al dovere di annunciare la speranza nella vita eterna, per esempio con l’enciclica Spe Salvi del 2007: “Siamo salvi in forza della speranza”. Ma se lo dice Celentano a Sanremo è diverso, arriva. Con il Papa è cosa risaputa, con il molleggiato è stupore. E oggi abbiamo bisogno di stupore.

Seconda citazione di martedì 14: “Voi preti siete obbligati a parlare del Paradiso, altrimenti la gente pensa che la vita sia quella che stiamo vivendo adesso. Ma che cazzo di vita è questa qua? Lo spread, l’economia, le guerre. Giornali inutili come l’Avvenire, Famiglia Cristiana: andrebbero chiusi definitivamente. Si occupano di politica e delle beghe nel mondo, anziché parlare di Dio e dei suoi progetti e non hanno la più pallida idea di quanto invece può essere confortante per i malati leggere di ciò che Dio ci ha promesso. Senza contare, poi, i malati terminali, che anche se non lo dicono, loro sono consapevoli di ciò a cui stanno andando incontro.

Due sono qui le provocazioni che vengono da Adriano: quando dice “che cazzo di vita è questa” e quando convoca, evoca, nomina i malati terminali. I malati terminali sul palco dell’Ariston: sono contento di aver visto questo. Dunque si può parlare della “vita eterna” con il gergo della vita quotidiana. Uno può dire “ma che cazzo di vita è questa” senza che si perda l’aggancio a quel messaggio. Confesso che anche questo aspettavo di vederlo. C’è troppo perbenismo, manierismo, linguaggio ad intra nella predicazione cristiana. Adriano invita a venirne fuori.

Terza citazione di martedì 14: “Ma questa, di vita, è soltanto la prima… la prossima approderemo in un mondo che neanche lontanamente possiamo immaginare quanto è meraviglioso. Lì non ci saranno distinzioni di popoli: neri, bianchi; saremo tutti uguali. Eternamente giovani e belli, in compagnia di cristiani e musulmani, mentre ballano il tango della felicità, in un abbraccio d’amore senza fine.

Era scontato che il paradiso di Celentano somigliasse a un samba o a una cumbia. La cumbia di chi cambia è stato il bel canto con cui sabato ha risposto ai fischi che gli arrivavano dalla platea. Ma non è qui il punto. Il punto è nell’attesa della “meraviglia” inimmaginabile annunciata dalla fede cristiana. A suo modo Celentano l’ha detta.

Osservavo sopra che non è vero quello che il menestrello ha affermato a tutto tondo a Sanremo: che nessuno oggi – nelle chiese e nei giornali ecclesiali – parli dei “novissimi”: morte giudizio inferno paradiso. Conosco la questione. Nel mio piccolo già nel 1988 pubblicavo un libretto intitolato La speranza di non morire che è tra i tanti che invitavano a parlare meglio e di più della promessa della vita eterna. Rispetto ad allora la predicazione attuale è più attenta all’attesa del “mondo che verrà”, come dice il Credo. Ma quasi mai questa attesa è proposta in termini di meraviglia e sorpresa e gaudio come giustamente ha fatto Celentano, che ha pure ricordato il Giudizio: “Certo non mancherà il Giudizio di Dio”.

Quarta citazione di martedì 14: “Ma soprattutto Gesù è venuto al mondo per dimostrarci che la morte non esiste (…). La morte è soltanto un ultimo gradino prima del grande inizio. Ed è per questo che noi… ed è su questo inizio che noi dobbiamo concentrare i nostri pensieri.

Raro e giustissimo anche questo richiamo alla proporzione, anzi alla sproporzione tra ciò che il cristiano si attende e ciò che si trova a soffrire nell’attesa.

Quinta e ultima citazione di sabato 18 febbraio: “Io sono venuto qui a fare quattro chiacchere con quei 16 milioni di persone che hanno visto il Festival di Morandi, e per parlare del significato della vita, della morte, ma soprattutto per quello che viene dopo. E quindi per parlare della straripante fortuna, che voi, noi, tutti quanti insieme abbiamo avuto per essere nati. E dunque divertirci a fantasticare sul dove e come sarà il paradiso. E’ chiaro che per quanto possa essere elevata la nostra fantasia non riusciremo mai ad immaginare la grandiosità di ciò che ci aspetta. Tutto quello che desideriamo, qui sulla terra, non è che una misera microscopica particella in confronto a ciò che il Padre Nostro ci ha preparato.

“Straripante fortuna”, “grandiosità di ciò che ci aspetta”: è lo stesso linguaggio usato da Roberto Benigni nel proporre Dante in televisione e sulle piazze. Se c’è da apprendere qualcosa, come lingua cristiana, dagli uomini dello spettacolo è l’avvertenza di questa meraviglia per ciò che “il Padre Nostro ci ha preparato”.

Ho fatto il paragone con Benigni e sopra avevo nominato Lucio Dalla. Il 5 settembre 2007 in morte di Luciano Pavarotti così Lucio Dalla aveva parlato in una conferenza stampa: «La sua sarà una momentanea assenza perchè considero la morte come la fine del primo tempo della vita di un individuo». Gli aveva fatto eco – si direbbe – proprio Celentano due anni dopo, in morte di Mike Buongiorno, salutando così il vecchio amico l’8 settembre 2009: “La tua allegria, quella vera, è appena cominciata. E non avrà fine”.

Gli uomini dello spettacolo hanno il dono di trovare parole nuove per dire la fede cristiana nella vita che è mutata ma non è tolta. Più di recente una parola simile era venuta anche da Benigni, che l’8 novembre 2010 commentava così le minacce di morte a Roberto Saviano durante la trasmissione Vieni via con me: “E’ stata una sorpresa la vita, lo sarà anche la morte”.

Tra i cristiani d’Italia Benigni non ha buona stampa perché di sinistra e neanche Dante l’ha sdoganato. Dalla è guardato con sospetto perché gay e folletto. Celentano vorrebbe (condizionale) chiudere le meglio testate cattoliche e dice che “neanche i vescovi hanno capito”. Ma io dico: attenzione, questi sono cristiani parlanti e da loro si può apprendere qualcosa per l’aggiornamento della lingua cristiana.

Luigi Accattoli

www.luigiaccattoli.it

Celentano a Sanremo: non tutto è da buttareultima modifica: 2012-02-27T08:08:43+01:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento